Avanti e indietro: storia di un’involuzione interiore (terza parte)

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Monte Conero – Veduta della spiaggia delle Due sorelle dal sentiero del Passo del lupo

Innanzitutto mi scuso per la pessima qualità delle foto, vecchie di oltre 20 anni, sbiadite dal tempo e ri-fotografate con un telefono… il peggio in resa ma il passato è pur sempre passato quando ne resta traccia nel presente. Siamo infatti sicuri che i nostri cosiddetti ricordi siano meno sbiaditi e\o evanescenti delle foto da me pubblicate? Ma proseguiamo sulla via dell’in-voluzione interiore: in-… appunto perché riguarda l’interiorità; in-… perché circoscritta e poco mutevole, è come un voltarsi in varie direzioni e dimensioni rimanendo fermi; in-… perché non c’è mai un andare avanti che non sia al contempo un tornare indietro alla ricerca di sé stessi, rimbalzando eternamente e immutabilmente nella frazione di tempo che ci è stata donata!

In concreto dallo pseudo-passato…

Facciamo un passo indietro per parlare dei “pesi” e allegati: ero monade in un mondo parallelo, parliamo di quando avevo 15-16 anni, ero arrivato come su una faglia tettonica sottoposta a terremoti ricorrenti e qualcosa stava per cambiare; infatti scoprii di non essere l’unico di tal fatta, vi ricordo che il sistema sociale non ci ignora, ci riconosce ma non riesce ad incanalarci del tutto, ad offuscare nel marasma nullificante della pseudovita social-interattiva! Ebbene pur respingendo attirai anch’io dei poli con cui allargare gli orizzonti assai ristretti in cui mi ero rinchiuso. Il primo punto d’interesse fu l’attività fisica, che da attività praticata solitamente per passare il tempo oltre che per divertirsi e fare del bene al proprio corpo materiale, per me divenne un fine, una routine mentale oltre che fisica. Pompare endorfine quotidianamente, cercare di costruirmi un’immagine adeguata puntando sul fisico, non tanto per l’apparire, cosa che mi era aliena a quei tempi, quanto per sentirmi in qualche modo forte, al di sopra di uno standard che mi faceva sentire bene. In realtà correre e sforzare il proprio corpo senza riuscire poi mai a farne a meno era un male più che un bene, perché l’abitudine oltre che virtù aristotelica può trasformarsi in una pena, soprattutto quando ne sei schiavo, quando ti preclude un’evoluzione e ti limita. Il benessere fisico, trovare qualcosa che lo garantisse e insieme all’attività aggiungere anche vitamine e integratori vari nel tentativo di fermare il tempo e il male a venire. A che pro mi domando adesso? Ma andiamo avanti…
Alcune giornate tipo del tempo che fu: pioggia torrenziale, ma per non fermarci andavamo comunque a correre su e giù per le scale di casa, piccolo condominio di tre piani. Un rumoreggiare che si ripeteva per 20 e passa minuti lasciando allibiti i poveri condomini. Neve alta mezzo metro e corsa con stivaloni di gomma. Corsa alle due di pomeriggio in piena estate, quando non era possibile metterla in orari più idonei (no, non è la trama di un film di Fantozzi!). Oltre alla corsa e ai pesi, che si alternavano durante tutta la settimana, la domenica era invece dedicata a passeggiate più o meno avventurose sui monti vicini, parliamo del Conero o della Gola della Rossa o di Frasassi.

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Me sulle placche del Monte Conero

Quest’esperienze sono sicuramente le più belle del periodo, attraversare le placche rocciose sul mare sopra la spiaggia delle Due Sorelle: magari con al seguito un bel gruppo di persone inesperte da traghettare e far uscire indenni dall’esperienza, era sempre un bel passatempo che credo mi metteva a contatto con un’intimità che solo la natura può rivelarci. Pur essendo al di fuori, come il tutto che ci circonda, nella natura ritroviamo noi stessi proprio perché siamo anche noi natura, sussistiamo nella reciprocità ed è un dono di Dio che dovremmo considerare di più. Al di fuori delle nostre case, delle nostre isole mediatiche, delle nostre routine quotidiane, alienate ed alienanti, c’è un mondo che ci parla e che noi con le barriere mentali, materiali e immateriali cerchiamo quasi sempre di allontanare. Nelle nicchie cittadine un albero è solo un ornamento, non invece insegnamento, respiro, bellezza, sostegno, come è nella sua vera natura. Quindi debbo molto ai miei amici di quel tempo , a quelli della prigione fisica che però mi fecero incontrare la natura, pur con tutti i miei e loro limiti e anche non girando il mondo, basta un punto vero per conoscere il tutto nella sua essenza. Se la natura ti parla non sei più monade, perché lì c’è Dio! Questo l’avevo capito: si può morire nelle proprie routine alienanti e impersonali, ma si rinasce nel lasciarsi trasportare dalle sensazioni che solo la bellezza e la perfezione del creato può darti.
Quante passaggiate, innumerevoli! D’inverno partivamo alle tre del pomeriggio e si girava con le pile, a volte fuori sentiero, con la corda sulle spalle per scendere da paretine o canaloni scoscesi accompagnati dalla luna. O scendere saltellando su una parete con luce neon a tracolla, come alieni che discendono dallo spazio con le loro navicelle, attiravamo curiosi dalle vicine strade, anche se per fortuna sempre poco trafficate. Ripeto, avevo 15 – 16 anni quando iniziai a frequentare la combriccola dei pesi, capobanda Andrea che con i suoi 30 anni e 150 KG di peso come massimale alla panca, era maestro venerato da noi adolescenti. Allora conobbi anche il fascino dell’avventura chiedendogli consiglio per attraversare il Conero, partendo dalla piazzetta di Portonovo fino al paese di Sirolo. Mai avevo messo piede in quei sentieri, ma attraverso i racconti di Andrea che lo conosceva bene, una guida cartacea appena uscita in libreria e un compagno trascinato a forza nell’impresa un giorno partimmo con l’autobus e pur con molte difficoltà riuscimmo ad arrivare alla meta prevista! A dire il vero riuscimmo al secondo tentativo (a quel tempo non demordevo facilmente dalle idee che mi mettevo in testa) con un nuovo compagno, Massimiliano e la fortuna ci assistette visto che mentre arrivava ormai il crepuscolo, dopo 12 ore di camminata e vari avanti e indietro (così sarà tutta la mia vita) su sentieri e fuori sentieri sbagliati, dopo essere così riusciti ad attraversare tutto il versante mare del Conero iniziammo a scendere verso il “Passo del Lupo” ripido sentiero fra le pareti dell’anfiteatro e la spiaggia delle “Due sorelle”, non sapendo bene come continuare apparentemente prigionieri fra il mare e le ripide pareti del Passo del lupo, un sentiero che faticavamo ad individuare ben nascosto com’è dalle rocce! Fu un signore che stava risalendo dalla spiaggia che ci accompagnò verso la strada che portava alla vicina Sirolo, dove telefonammo da un telefono pubblico( non esistevano cellulari) al padre del mio amico Massimiliano per farci venire a prendere e riportarci a casa sfiniti! Dopo quella prima esperienza mi aggregai al gruppo di Andrea, che aveva eccellente spirito d’avventura nell’organizzare spedizioni domenicali sui monti nostrani. Ricordo gruppi di malcapitati in varie occasioni “critiche”: eravamo una volta in un pendio ripidissimo, in una zona vicino a Poggio San Romualdo credo. Fuori sentiero, buio, freddo, terreno bagnato e roccioso dentro il bosco, una lunga fila di persone che passavano a fatica fra i rami e la fitta vegetazione cercando di rimanere impiedi e…ogni tanto qualcuno spariva!!! C’era davanti a me Fagià (soprannome di Fabiano), che quando era teso e preoccupato diventava balbuziente, ricordo che disse ad Andrea più o meno queste parole:” O o o ohh An-An-Andrrreea, ma n..dovè a a-aanda-to Bru-Bru-Brun-nello, che era davanti a a m-me..” un secondo dopo lo svidi scivolare inghiottito dal buio lungo il ripidissimo pendio, solo un urlo e svariate scintille lo accompagnavano, mentre rimbalzava, nella discesa. Tenendomi la pancia per le risate non tardai a prendere la discesa anch’io: tutt’altro che spaventato, totalmente incosciente, continuavo a ridere mentre cadevo come una scheggia nel fitto del bosco… eravamo come sassi lanciati sulla superficie di un lago, saltellavamo sul terreno, rimbalzavamo fortunatamente senza tante ammaccature, con le gambe tese in avanti – ero voltato su un fianco – per poi fermarmi nei cespugli più folti sperando che fossero senza spini. Si ritornava a casa senza forze ma soddisfatti della nostra non-impresa, non c’erano altri fini che l’evadere da un sistema a cui tutti siamo sottoposti e noi stessi ci sottoponiamo, un sistema dove apparentemente tutto viene fatto per uno scopo, dove passeggiare di notte in pieno inverno, con le pile in un bosco scosceso, viene sicuramente considerata una pazzia, non se ne capisce bene il motivo, quando invece è semplicissimo: ci accorgiamo di vivere quando usciamo dalla gabbia delle regole che nell’in-voluzione della società umana abbiamo creato in modo sempre più rigido e soffocante. Se fossi un leone in gabbia o un delfino in una piscina probabilmente mi sentirei più libero di come ora, la vita che faccio ogni giorno con il suo contesto falsamente sensato e protettivo, m’impone soffocando ogni istinto di libertà.

Continua…

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