Avanti e indietro: storia di un’involuzione interiore (settima parte)

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L’EVOluzione 

Come promesso alla fine della SESTA PARTE di questa serie di post autobiografici e auto-sociografici, pubblico sotto una lettera che inviai nel lontano 2009 alla trasmissione “Lestoria” di rai tre. Il tema di quella trasmissione, come vedrete leggendo la mia lettera, era la teoria dell’evoluzione. L’impostazione del programma mi era sembrata eccessivamente “di parte” e come tutte le classificazioni che dividono la realtà in bianco e nero lasciando fuori dallo spettro visivo la bellezza cromatica della creazione, lasciava lo spettatore attento infastidito o perlomeno deluso. Fatto sta che per me fu irrefrenabile la necessità di riequilibrare questa visione così di parte. Ma non servì allora come non servirebbe oggi: i media sono pieni di persone “di fede”, essi sanno ciò che è giusto e ciò che è sbagliato e  la “narrazione” riscrive puntualmente le nostre vite indipendentemente dalla realtà in cui viviamo: essa come in uno specchio deforme viene continuamente ignorata, ma incredibilmente la maggioranza di noi continua a non voler girare lo sguardo per provare a vedere oltre…

Riprendo proprio dalla fine della sesta parte:

… In linea con questo paradigma dell’essere uomo onnipotente che tutto spiega e tutto ingloba in un orizzonte razionale e antropocentrico, per meglio far capire il mio pensiero allego di seguito una lettera che inviai anni fa, nel maggio del 2009 alla trasmissione “Lestorie” di rai tre, condotta da un uomo dell’immagine e del sapere-immagine dei nostri tempi: Corrado Augias!

Lestorie” di Rai3

 Egregio dottor Augias,

l’interesse  che suscitano gli argomenti da lei affrontati nella trasmissione “Lestorie”, mi ha spinto a scriverle, per sottoporle alcune brevi riflessioni su una questione che lei ha approfondito in più occasioni. Premetto che sono un insegnante di religione della scuola primaria, ma non è mia intenzione far prevalere un’interpretazione “di parte” , quanto piuttosto mettere in evidenza una “problematica metodologica”, che non vuole cioè fornire risposte definitive, ma cercare di stabilire le linee d’analisi  e gli strumenti di lettura che più convengono alla tematica esposta.

Vengo al dunque…

E’ giusto indagare l’origine della vita da un punto di vista esclusivamente scientifico, in particolare “evolutivo”?

Non metto in dubbio la validità di tali teorie e di conseguenza delle risposte ad esse collegate, ma voglio evidenziare che esistono altre prospettive, ugualmente importanti, in grado di ampliare ed integrare la visione sulla questione. Nella trasmissione del 28 aprile si è detto che è errato affermare che la monogamia sia più naturale della poligamia, o ancora che l’eterosessualità sia più naturale dell’omosessualità, in quanto la natura ci dimostra esattamente il contrario. Ma si è anche detto che manifestazioni prettamente umane quali la “religione”, siano sublimazioni dei nostri istinti, cioè abbiano esclusivamente un ruolo compensatorio di manifestazioni naturali represse dal genere umano. Secondo questa interpretazione la religione non può essere considerata come una categoria conoscitiva della realtà, cioè un ulteriore prospettiva con cui l’uomo indaga sull’esistenza (in tutte le sue manifestazioni umane e naturali che dir si voglia). Penso che se concepiamo la realtà come un prodotto dell’evoluzione, allora anche i principi logici, morali e religiosi, di cui l’individuo è dotato sin dall’inizio della sua vita, sono stati acquisiti dalla specie umana progressivamente nella lotta per l’esistenza e favoriscono quindi i comportamenti conoscitivi e pratici che sono più adatti alle sollecitazioni dell’ambiente (cioè della natura).

Il problema è che l’esistenza, ridotta a potenzialità evolutive e a processi psichici/fisiologici, è un esserci senza sapere di esistere. Mi sembra però altrettanto evidente che ciò non riguarda l’essere umano, che è cosciente di sé e in quanto tale capace di distinguersi da “altro”. Affermare l’esistenza di una sovrastruttura, una coscienza collettiva formata dalle singole coscienze individuali (non esclusivamente umane) è davvero più paradossale delle risposte relativistiche e oserei dire in alcuni casi semplicistiche della scienza intesa come unico strumento razionale a disposizione dell’uomo? Per definizione la scienza adotta un metodo empirico, ritagliando porzioni di realtà da sottoporre ad indagine. Non c’è mai un approccio al “tutto”, in quanto non è possibile sottoporre la realtà nella sua totalità e varietà di manifestazioni ad un’indagine empirica. E comunque la somma di molteplici risposte parziali è ben altra cosa da un sapere univoco sull’essenza della realtà e dell’uomo. Anche la teoria evolutiva ha dei “buchi” che ci lasciano ben lontani dalla “certezza”! Non è mia intenzione negare la validità di tale teoria sul piano scientifico, ma voglio semplicemente evidenziare che possiamo chiamare “verità” (ciò che è indipendente dal pensiero che la pensa, è al di fuori di noi) solo lo sfondo su cui la realtà si costituisce, e la “certezza” (non è la realtà in se stessa, ma ciò che pensiamo) è tale se c’è una corrispondenza effettiva e completa con la verità. Ripeto: il vaglio della scienza, nel sottoporre a verifica i variegati aspetti della realtà, ha comunque un “gap” nei confronti della verità come prospettiva onnicomprensiva, sfondo totalitario dell’essere. Si obietterà che questi sono discorsi filosofici, che non hanno molto in comune con il rigore scientifico e con l’evidenza che quest’ultimo è in grado di fornirci. Rispondo che alla base di questa evidenza c’è il soggetto che conosce, utilizzando certo dei criteri di ipotesi e verifica che rendono il sapere comunicabile. Ma tutto ciò è possibile a condizione che chi conosce sia effettivamente aperto in modo incondizionato alla verità e sia al contempo consapevole di esserci al di là di ogni ragionevole dubbio (il cogito cartesiano). L’individuo in ogni istante della sua vita, in modo “inconsapevole”( intendo qui non soggetto a riflessione, implicito),  o attraverso un esercizio consapevole e razionale di ricerca (frutto di una dimostrazione, esplicito), sa di esistere e questo è un sapere che certifica non solo l’esistenza in generale, ma soprattutto la mia esistenza individuale.

In una prospettiva storica\naturalistica\scientifica, la nostra vita è già finita nel momento in cui iniziamo ad esistere (siamo un nulla nel percorso plurimillenario della vita e dell’evoluzione). Eppure è innegabile il paradosso, la presunzione di sapere di esserci, una consapevolezza che deve essere collegata oltre l’orizzonte temporale che mi costituisce. “Oltre” in quanto non soggetto al divenire, un punto immutabile, meta evento che coordina l’esperienza, facendo nascere prodotti prettamente umani (e a mio avviso anch’essi “naturali”), quali la scienza, la storia, la religione, la società…  Anche in Kant l’intelletto produce la legislazione per la quale debbono adeguarsi tutti i dati dell’esperienza (la natura), in cui tutti i dati sono inseriti in una concatenazione necessaria che esclude ogni libertà.

Ma vi è una legislazione “pratica” della ragione per la quale l’uomo deve credere in un mondo che è guidato verso uno scopo dalla libertà dell’uomo. Ciò vuol dire che la natura è si conforme alla legislazione dell’intelletto, ma deve anche essere pensata come qualcosa che rende possibile la realizzazione degli scopi che in essa devono essere realizzati secondo la legge morale. Questo “pensiero” non è una “conoscenza”, ma è una prospettiva soggettiva e tuttavia “universale”, in quanto costituisce il mondo della libertà e dei fini. Qui la ragione implica una “fede”, perché tali principi non si possono definire in termini di “conoscenza”, come detto sopra. Non è possibile oltrepassare i limiti dell’esperienza, questo ci porterebbe a dei dogmi. E’ la nostra volontà a sentire come esigenza l’esistenza di Dio, della libertà, di un’esistenza infinita…  La religione, secondo Kant, non è considerata dal punto di vista dogmatico, ma è il riconoscimento del “mistero” del mondo e anche attraverso il progresso scientifico, si può arrivare alla consapevolezza dell’insuperabilità di tale mistero che rimane comunque una necessità della ragione umana. Concludo affermando che non ha senso spiegare la vita attraverso teorie e principi esclusivamente scientifici e limitarsi ad affermare che sia originata da un processo evolutivo, in quanto quest’affermazione mi sembra esulare dal metodo empirico costitutivo della scienza stessa.  Non possiamo cioè limitarci a dire che la vita è frutto di un processo evolutivo, come se l’evoluzione fosse un’entità a sé stante, un sostituto del divino prodotto da un eccesso di laicismo, diventando così il “dogma” frutto di una nuova religione ( spesso ne fanno parte gli atei più convinti, che i cosiddetti credenti dovrebbero invidiare per la solidità con cui sostengono le  loro incontrovertibili certezze). Oggi la scienza sa di non enunciare verità incontrovertibili e sa di procedere da ipotesi.  E’ giusto quindi indagare la vita attraverso le teorie scientifiche ed evolutive, lasciando però le risposte ultime in sospeso, fenomeni rilevanti dell’essenza umana e naturale, comprensibili solo attraverso molteplici prospettive e una consapevolezza critica che ci aiuti a superare i pregiudizi. Solo lasciando sempre aperta la porta alla verità, l’uomo si rinnova (Agostino dice appunto che “la verità ci rinnova”).

Mi scusi per la prolissità e la scarsa chiarezza con cui ho cercato di esprimerle il mio punto di vista. La ringrazio ancora per la professionalità con cui prepara le sue trasmissioni, sempre fonte di stimolo e di conoscenza.

Cordiali saluti

Nicolini Roberto

 

Che dire?

Chiaramente non ottenni nessuna risposta, chissà almeno se qualche caporedattore la lesse… il tema, se non si è capito dalle contorte riflessioni sopradette, era una critica alla teoria darwiniana dell’evoluzione, presentata  in una trasmissione de “Lestorie” come onnicomprensiva e razionale, quando secondo me è prevalentemente frutto di prese di posizione aprioristiche e irrazionali, visti i molti buchi e le enormi lacune che lascia tuttora irrisolte. Ma il significato di queste posizioni-imposizioni, mediatiche oltre che pseudoscientifiche quale sarebbe? Qual è il fine di iniettare nella coscienza collettiva una marea di opinioni senza mai scendere nel dettaglio delle soluzioni proposte? Nella realtà complessa servirebbero dei binari per decodificare i dati-messaggi che ci attraversano e pilotano le nostre scelte, invece ci lasciano in balia delle opinioni dettate dalle esigenze del momento! Va bene tutto, basta non entrare mai nel merito dei problemi che affliggono la nostra pseudosocietà! Da oltre un ventennio è un fatto che la cultura (?) mass-mediatica spinga a suon di slogan l’opinione pubblica a considerare problemi e soluzioni che nel migliore dei casi equivalgono a regressioni di decenni ad un livello giuridico pre-costituzionale: invece di mettere i diritti fondamentali al centro del mandato politico di chi assume la guida dello Stato, si mettono principi di tipo “contabile” e a suon di “non ce lo possiamo permettere” stanno cancellando TUTTO: sistema scolastico pubblico, sanità, welfare, pensioni, BUON SENSO!!!!…..

Continua…

19 pensieri su “Avanti e indietro: storia di un’involuzione interiore (settima parte)

  1. Il problema è che anche la cultura (se così si può ancora chiamare) è diventata social ed è stata forzatamente degradata per raggiungere (= ottenere like) una massa di persone che non capisce una fava di scienza.
    Del resto, molti quotidiani online sono diventati delle brutte copie di pessimi blog, mentre l’informazione viene veicolata tutta attraverso Facebook e Youtube.

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  2. La metto (volgarmente per come la ripropongo) su un piano teocratico ed avanzato.

    Grazie per lo spazio.

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  3. Oh a quante trasmissioni, a quanti “pensatori”, a quanti studiosi, dovrebbero essere spedite queste lettere… Tra l’altro, aspettandosi il livello di comprensione corrispondente a quello delle risposte…

    Per l’ennesima volta si tratta di una grande capacità di ricerca (scientifica in questo caso), ma di un basso livello di dubbio esistenziale.
    Tutto si riduce ai loro giochi di convinzioni e di spiegazioni, che scacciano le assurdità e le contraddizioni all’insegna di un mondo altrettanto insoddisfacente, ma ordinato…

    Guarda casca a pennello un passo di Camus che ho pubblicato giusto ieri (” di chi e di cosa, infatti, posso dire: “Io lo conosco!”? “):

    “Eppure tutta la scienza di questa terra non potrà darmi nulla che possa rendermi certo che tale mondo mi appartiene.
    Voi me lo descrivete e mi insegnate a classificarlo; enumerate le sue leggi, mentre, nella mia sete di sapere, ammetto che siano vere; smontate il suo congegno e la mia speranza aumenta. Al termine ultimo, mi fate sapere che questo universo incantevole e variopinto si riduce all’atomo e che l’atomo, a sua volta, si riduce all’elettrone.
    Tutto ciò va bene, ed io attendo che continuiate. Ma voi mi parlate di un visibile sistema planetario in cui degli elettroni gravitano intorno ad un nucleo, e mi spiegate questo mondo con un’immagine.

    Devo riconoscere, allora, che siete arrivati alla poesia e che io non “conoscerò” mai. Ho appena il tempo di sdegnarmene, che voi avete già cambiato teoria. Cosí questa scienza, che doveva tutto farmi conoscere, finisce nell’ipotesi, questa lucidità sprofonda nella metafora, questa incertezza si risolve in opera d’arte.

    C’era, dunque, bisogno di tanti sforzi? Le dolci linee di queste colline e la mano della sera su questo cuore agitato me ne insegnano molto di piú.
    Sono ritornato all’inizio. Capisco allora che, se posso afferrare con la scienza i fenomeni ed enumerarli, non posso comprendere altrettanto bene il mondo. Anche quando, con un dito, ne avrò interamente seguito il rilievo, non ne saprò di piú.
    E voi mi fate scegliere fra una descrizione che è certa, ma non mi insegna nulla, e delle ipotesi che pretendono di insegnarmi, ma non sono affatto certe. Estraneo a me stesso e a questo mondo, armato in tutto e per tutto di un pensiero che nega se stesso, non appena afferma, qual è dunque la mia condizione, in cui non posso aver pace che rifiutando di sapere e di vivere, in cui il desiderio della conquista urta contro muri che ne sfidano gli assalti?

    Volere significa far sorgere i paradossi.”

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    • Un mondo di plastica o comunque una copia di una copia di una… la narrazione crea e modella la realtà, ci rende in grado di descriverla e trovarne le leggi, peccato che il nucleo fondante della mia esistenza che tutto contiene e nulla esclude è, come dice Camus, in perenne contraddizione con se stesso e ben lontano dal controllo che la scienza o il sistema dominante vuole imporre!

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    • Ciao, mi ricollego ora e leggo in tempo reale! Dal punto di vista scientifico e come dici razionale, nessuna. La critica era se ricordo visto che sono passati 9 anni, nel considerare l’evoluzionismo un principio primo, una legge impersonale al di sopra di ogni altra manifestazione naturale o umana, quindi nel farla divenire un dogma! Anche altre prospettive razionali spiegano la vita in modo razionale, ma niente di scientifico può ergersi a dogma. Quindi la critica più che al l’evoluzionismo era al metodo. A me collocare l’inizio nei primati o negli alieni nulla cambia: oltre quest’origine dove si colloca il senso, la domanda di senso che come essere umano ha insita nella propria natura ed è tutt’altro che razionale o evolutiva? Scusa la confusione nella risposta e grazie per il commento

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  4. Rieccomi., Mi sembrava cortese ricambiare la visita. E ho avuto questa bella sorpresa del tuo blog che leggerò con cura. Per il momento voglio dirti che mi ha colpito l eleganza con cui tratti di certi temi, soprattutto in questa lettera ad Augias…cosa ormai rara quando ci si confronta su questi temi cosi delicati. Quando addirittura nin ci si scontra con l indifferenza e l ottusita assoluta. L apertura mentale che dimostri ti rende onore. Le tue sono riflessioni di confronto educate e aperte a confronti. Lo si percepisce dalla scelta delle tue parole. Un grsnde dono in un mondo dove ormai facciamo esistere solo le convinzioni assolute personali.Bentrovato.

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    • Grazie davvero, spero di meritarmi tanti complimenti! Riguardo ad Augias casualmente oggi ho visto la sua trasmissione e mi ha piacevolmente sorpreso invitando un sacerdote esorcista e lodandone il suo libro. Unica nota “stonata” è stata la lettura dei commenti dei telespettatori citandone uno che criticava l’assenza di una controparte critico-scientifica tipo CICAP per equilibrare il dibattito. Nella trasmissione di cui parlavo sopra non c’era nessuna controparte e nessuno si era lamentato. Ma in questo caso Augias è stato impeccabile per come ha saputo trattare il suo ospite e l’argomento, nonostante lui si definisca non credente. Per dire che le persone intelligenti e FI mentalità aperta soprattutto in TV dovrebbero essere la regola, esse hanno una grande capacità di condizionare la gente e quindi una responsabilità enorme. Grazie infinite per la tua visita e la paziente lettura. A presto

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  5. Augias è notoriamente ateo, e ovviamente non c’è niente di male in tutto questo perchè è giusto che ognuno la pensi come vuole. Leggendo il tuo post mi è venuto in mente il libro di Dan Brown che ho appena finito di leggere. Si tratta semplicemente di un’opera letteraria, che può piacere o no, di un autore che, posso ipotizzare, non apprezzi particolarmente. Ma il senso del libro è la domanda che da sempre l’uomo si pone: Da dove veniamo? Dove andiamo? La scienza e la religione non sempre trovano punti di contatto, anche se vi sono fior di scienziati profondamente credenti come ad asempio Zichichi. Poi ognuno sceglie la soluzione che più lo convince. La verità è che, al di là di quello che dice il libro, che è solo finzione, la risposta nessuna ce l’ha, neppure quelli che sono convinti di averla. E forse è bene che nessuno ce l’abbia. Quello che mi fa paura è che il mondo ci ha insegnato che il prevalere di un’idea o di un’altra spesso passa per guerre sanguinose paradossalmente chiamate guerre sante. Dalle crociate medioevali all’ISIS di oggi il filo conduttore è sempre lo stesso: quello che penso io è più giusto di quello che pensi tu e se tu noj cambi idea io ti uccido. Questo non deve accadere. Di certo, a fronte di una lettera come la tua così ben argomentata due righe di risposta Augias (o la sua segretaria) te le poteva pure mandare. Post come sempre interessante e che, come la lunghezza della mia risposta lascia intendere, fa riflettere.

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    • Grazie Simone, soprattutto per i tuoi commenti, questi si interessanti. Credo che Augias come altri conduttori al suo posto, non ha mai saputo niente perché c’è un filtro a monte che porta avanti solo ciò che è funzionale alla trasmissione ( non una censura, ma i redattori hanno presupposti ideologici di un certo tipo). Che il problema “informazione” esista è una certezza perché a noi spettatori viene data in quantità eccessive ma unidirezionale, tante mezze verità che mascherano opinioni diverse rafforzando invece una narrazione molto poco fattuale e tanto artefatta! Quando cambierà questo modo di informare allora si che vivremo in una società migliore dove la gente potrà scegliere di esprimersi liberamente senza paura di essere etichettato come razzista, bigotto, fascista, comunista, irresponsabile, ecc , ecc…. Il motto del mio blog è proprio questo “opinioni consapevoli per districarsi dalle mezze verità quotidiane”, naturalmente io ” so di non sapere” quindi niente di quello che dico ha un valore assoluto, ma ciò per me è la cosa più importante per iniziare un dialogo e confrontarci in maniera civile. Questa si che deve essere la luce che guida noi nel nostro piccolo e i grandi informatori giornalisti nel loro grande ruolo informativo. Speriamo, grazie ancora per il tuo confronto aperto e sincero. A presto

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