I luoghi di confine: dal romito di Lampedusa al multiculturalismo globalista.

lampedusa
In continuità con il precedente post “Sul cibo, sulle religioni e sull’identità” ripubblico QUESTO articolo sui luoghi di confine…

Nel XV secolo esisteva a Lampedusa uno strano luogo di culto, una grotta dedicata alla Madonna, dove si depositavano sia cimeli cristiani sia quelli musulmani, a cui si rivolgevano in preghiera pescatori, naviganti, marinai, corsari, di entrambe le religioni. Era un luogo di culto “doppio” appartenente contemporaneamente all’islamismo ed al cristianesimo. Secondo la leggenda il compito di accendere il lume per i naviganti era affidato ad un romito che si presentava a seconda del bisogno o cristiano o musulmano: questo rappresentava un modello di sincretismo religioso, cioè una convergenza di culture e religioni diverse. Nel libro di Lucetta Scaraffia “Rinnegati” leggiamo che un avventuriero spagnolo a cavallo tra ‘500 e ‘600, cavaliere di Malta, presentava nelle sue memorie una descrizione di questo luogo: c’era un altare, posto sotto il quadro della Madonna, dove si trovavano << molti oggetti che vi hanno lasciato in elemosina i cristiani e vi è perfino del biscotto, del formaggio, dell’olio, delle carni salate, del vino e del denaro>> e dall’altra parte della caverna <<si vede una tomba dove è sepolto un marabutto turco, uno dei loro santi a quanto si racconta>>e accanto ad esso <<le medesime elemosine della nostra Immagine Santa>>.

Quindi ieri come oggi Lampedusa costituiva un approdo speciale grazie alla sua posizione geografica. Sempre nel testo della Scaraffia sopracitato leggiamo: almeno a partire dal XV secolo risulta che fu acceso un lume per guidare i naviganti. Secondo una leggenda siciliana il compito di accendere il lume era affidato ad un romito, che viveva nella grotta sacra e si presentava come cristiano o come musulmano, a seconda della provenienza dei naviganti che vi sbarcavano, <<da ciò il comune detto in Sicilia “il romito di Lampedusa” per indicare una persona dalla doppia fede>>. Possiamo parlare di multicultura e multireligione praticata già oltre 500 anni fa da chi viveva in questi luoghi di confine.

Isole poste al centro del Mediterraneo come Pantelleria, Lampedusa o Malta, videro convivere famiglie musulmane e cristiane e si parlava un dialetto arabo almeno fino a tutto il XV secolo. Si configuravano come luoghi “neutri” che riconoscevano tributi sia ai re cristiani sia ai califfi musulmani. Isole di libertà religiosa, politica, sociale dove si abolivano i confini fra l’islam e il cristianesimo e ciò era possible solo perché c’era un equilibrio di forze fra le due parti. Infatti nel XVIII secolo con la decadenza dell’impero ottomano i paesi barbareschi del nord africa persero la loro autonomia economica e iniziarono a diventare colonie degli stati europei, in particolare della Francia.Quando c’è qualcuno che comanda non si può più scegliere la neutralità, ma ci si deve decidere a favore di un’unica identità: quella che i colonizzatori imponevano con la forza della loro dominazione.

Nel mondo di oggi ha più senso parlare d’incontro tra diverse identità religiose? L’uomo occidentale ha in gran parte spezzato i legami identitari con la propria religione cadendo nell’individualismo e perdendo tutti quei riferimenti gerarchici di tipo morale e sociale dati prima dalla Legge divina. La stessa Europa ha rifiutato di riconoscere le proprie radici cristiane e visto quello che sta accadendo con l’accelerazione incontrollata dei flussi migratori sembra sempre di più finalizzata ad accogliere in modo indiscriminato gli apporti culturali e religiosi che vengono dall’esterno. Non sappiamo più se definirci cristiani o se alla fine sia davvero importante difendere le nostre tradizioni e la nostra cultura. Per i musulmani invece un’Europa islamizzata è un’opportunità anche per procedere ad un’innovazione culturale altrimenti impossibile nei loro paesi d’origine: questa religione può infatti rispondere all’ateismo, all’individualismo, al recupero dei valori tradizionali come quello della famiglia in modo altrettanto efficacie del cristianesimo!

Eppure la Chiesa cattolica, proprio nel Compendio della dottrina sociale della Chiesa relativamente alla difesa delle identità così si esprime: “La Nazione ha <<un fondamentale diritto all’esistenza>>; alla propria lingua e cultura, mediante le quali un popolo esprime e promuove la sua “sovranità” spirituale>>; a <<modellare la propria vita secondo le proprie tradizioni, escludendo, ovviamente, ogni violazione dei diritti umani fondamentali e in particolare, l’oppressione delle minoranze>>”. In sostanza nel Compendio si dice che l’accoglienza non deve mai essere indiscriminata, cioè non deve mai arrivare a minare quelle tradizioni e quella cultura che son alla base dell’unità sociale e del bene comune che questa unità garantisce!

Mettiamo ora a confronto le affermazioni del Compendio sopracitate, con quelle di una rappresentante del globalismo moderno in salsa eurista, la presidente(a) della Camera Laura Boldrini:
“I migranti oggi sono l’elemento umano, l’avanguardia di questa globalizzazione e ci offrono uno stile di vita che presto sarà molto diffuso per tutti noi”, “Dobbiamo dare – spiegava la Boldrini – l’esempio concreto di una cultura dell’accoglienza come un nostro valore a 360 gradi che sappia misurarsi con la sfida della globalizzazione. Una sfida che porta anche una maggiore opportunità di circolazione delle persone perché nell’era globale tutto si muove”. Qui l’articolo e il video.

Si augurava che lo stile di vita portato dai migranti si sarebbe sostituito al nostro: non diceva che i migranti avrebbero avuto maggiori diritti, ma anzi che la loro precarietà e povertà sarebbe diventata un modello anche nella nostra società. La religione eurista ha nella sua essenza la mercificazione del lavoro e per fare questo è necessaria la libera circolazione delle persone funzionale all’impoverimento collettivo e alla cancellazione dei diritti sul lavoro: ci deve sempre essere qualcuno così disperato da accettare un salario sempre più basso, l’importante è che chi lavora ad un costo più elevato sia immediatamente licenziabile senza troppi problemi (vedi Jobs act).

Se la Chiesa vuole recuperare il suo ruolo di evangelizzazione della società deve necessariamente opporsi a queste idee che invece di mantenere in vita il confronto fra culture e civiltà, rischia di annientarle. Per instaurare un dialogo non si può perdere di vista se stessi. E proprio un musulmano, Fuod Allam, in un articolo apparso sulla Repubblica del 23 settembre 2003 scriveva: “la questione delle radici cristiane dell’Europa, in un momento in cui si parla di eterogeneità delle culture e di multietnicità, suscita altre problematiche: come accogliere l’altro se si nega se stessi?… L’incontro è possibile soltanto se si è consapevoli delle proprie radici….L’Europa, faccia a faccia con se stessa, è ricca di saperi, ma restia ad accettarsi; ma per me essa rappresenta l’albero d’ulivo che nel Corano, al versetto 35 della Sura della luce, è né d’oriente né d’occidente”. Qui è evidente la preoccupazione nei confronti di una civiltà che sta perdendo di vista se stessa e i propri valori, che si riferisce solo a finalità utilitaristiche rischiando così di adottare stili di vita incompatibili con l’accoglienza e la pace, che spingono invece allo sfruttamento e all’odio reciprico.

In natura i luoghi di confine sono segnati dall’incontro degli elementi: l’acqua e la terra sul bagnasciuga di una spiaggia, le tenebre e la luce nel momento del crepuscolo e dell’alba…sono e rimangono linee di confine, d’incontro e separazione fra elementi diversi di due mondi! Come il romito di Lampedusa essi possono esistere e convivere solo in certi luoghi e in certi momenti. La civiltà occidentale è oggi indebolita dalla perdita della propria identità religiosa e culturale, non è in grado di dialogare ma solo di soccombere ad un modello che invece di integrare i popoli rischia di portare al rifiuto e all’odio, il tutto in nome della religione globalista che nega ogni forma di identità!

Sul cibo, sulle religioni e sulle identità

Genesi 9 – 1 Dio benedisse Noè e i suoi figli e disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite la terra. 2 Il timore e il terrore di voi sia in tutte le bestie selvatiche e in tutto il bestiame e in tutti gli uccelli del cielo. Quanto striscia sul suolo e tutti i pesci del mare sono messi in vostro potere. 3 Quanto si muove e ha vita vi servirà di cibo: vi do tutto questo, come già le verdi erbe. 4 Soltanto non mangerete la carne con la sua vita, cioè il suo sangue.

Leggendo con attenzione Genesi 9 viene da pensare che in questi versi, il Signore, dà il permesso all’uomo di mangiare la carne (soltanto non mangerete carne con la sua vita, cioè il suo sangue), mentre prima del Diluvio c’erano solo le “verdi erbe“!

Parlare di “regole alimentari” e religioni non è semplice, ma un breve excursus sulla questione risulta assai interessante. Anche perché nella nostra epoca abbiamo assistito ad un paradossale rovesciamento: le regole alimentari vengono a volte assunte a dogmi diventando esse stesse religione ( basta pensare alle scelte di vita fatte da chi crede fermamente nei principi etici e salutistici del veganesimo).

Mi limiterò ad accennare ad alcune regole alimentari delle religioni monoteiste: ebraismo, islam e cristianesimo.

Le comunità ebraiche dell’antico testamento erano essenzialmente dedite alla pastorizia di pecore e capre, infatti per loro era proibito mangiare animali che non erano ungulati ruminanti dallo zoccolo diviso. nell’Islam invece la proibizione riguarda particolarmente il maiale. Nella cultura ebraica e nell’Islam la differenza fra cibi puri ed impuri serve a sancire il legame tra un popolo eletto che segue determinate leggi con rigore e Dio. Allo stesso tempo però queste regole marcano la differenza con il resto dell’umanità.

Nel cristianesimo invece la contrapposizione è tra cibi grassi e cibi magri. Su questa distinzione la Chiesa nel medioevo tentò un’unificazione delle popolazioni cristiane attraverso le regole alimentari. L’olio, considerato un “grasso magro”, venne imposto durante la Quaresima al posto del lardo, ampiamente usato dai popoli del nord Europa. Dal Mercoledì delle Ceneri al Sabato santo si introdusse l’obbligo di un rigoroso digiuno, vietando la carne e i latticini, sostituiti con verdure e pesce. Ma sappiamo che questo tentativo di unificazione finì con la divisione della cristianità nel 500, quando i protestanti abolirono l’obbligo di utilizzare l’olio di oliva in Quaresima e misero l’accento sulla penitenza piuttosto che sulle regole materiali.

Ma è proprio il maiale a risultare estremamente divisivo: impuro e detestato dagli ebrei e dai musulmani, quasi sacralizzato dai cristiani (per i quali mantiene comunque un giudizio ambivalente tra il sacro e il profano). Sant’Antonio abate è considerato il protettore degli animali e viene associato proprio al maiale nell’iconografia che lo rappresenta. Nel secolo XI le reliquie del santo vennero portate da Costantinopoli, dove c’era una società che detestava il maiale, alla regione francese del Delfinato dove invece il maiale era mangiato abitualmente. Sta di fatto che proprio in quel periodo storico in queste località dilagava la malattia del “fuoco sacro” che pare veniva curata proprio con un rimedio a base di lardo di maiale dai monaci antoniani, un ordine ospedaliero (inizialmente erano laici) che allevavano maiali e li lasciavano girare liberi per la città con una campanella al collo! Ecco quindi i simboli iconografici: il fuoco (falò accesi il 17 gennaio, giorno di Sant’Antonio), la campanella e il maiale.

Il maiale comunque assume nella tradizione cristiana una grande importanza, la sua macellazione viene quasi ritualizzata, è considerata importantissima, da proteggere, perché da essa dipende la sopravvivenza alimentare di una comunità.

Ricapitolando, nella cultura ebraica e in quella islamica la proibizione di mangiare carne di maiale era anche una forma di contrapposizione con la cultura cristiana. I cristiani al contrario si differenziarono attraverso il superamento delle proibizioni alimentari.

Ma il superamento delle proibizioni alimentari come tratto distintivo non evita nei cristiani di considerare “diverso” chi è portatore di una diversa interiorità, considerata impura, fonte di male e contagio!

Se ogni io si definisce appieno nella relazione con un tu, il confronto con l’alterità, con il diverso diventa una tappa fondamentale per la conoscenza di sé stessi. Perché gli uomini, le loro culture, le loro religioni, ognuno di questi aspetti marcano le differenze e sono principi di conoscenza per iniziare un dialogo, un arricchimento reciproco. Non si deve sbiadire la propria fede, cancellare le proprie idee o usanze, mettere insieme in un tutto indistinto le somiglianze. Si deve invece confrontarsi con l’alterità e sforzarsi di capire dove iniziare un dialogo. Le società umane si sono formate sulla vita materiale, dal cibo che essa garantiva, sacralizzato e reso fonte di purezza e distinzione.

Oggi, dicevo all’inizio, è sempre il cibo a diventare addirittura religione, a servire da isola nei confronti dei nuovi (o vecchi) mali che affliggono gli uomini. Sono soprattutto (gl)i (ex) cristiani a non sapere più se esiste un’identità da difendere o da trasmettere nel confronto con l’altro! I media spingono evidentemente verso una più comoda rinuncia, esaltano la cancellazione delle identità per aprirci eventualmente a quelle più forti che vengono dall’esterno, magari proprio dai sempre più ingenti flussi migratori. L’individuo occidentale non ha più una gerarchia evidente di idee su cui costruire un’identità definita, tutti i legami forti del passato, in primis quello religioso, sembrano essersi sbriciolati. Per questo il cibo può diventare religione, per questo padre o madre, uomo o donna, diritto o pretesa sono diventate semplici distinzioni lessicali o giochi linguistici di un sistema informativo che esalta la nullificazione dei valori e delle religioni su cui questi si fondavano. Ma senza identità non esiste alcun dialogo su cui costruire una nuova società in grado di assorbire i veloci cambiamenti a cui siamo sottoposti. Speriamo che nella follia occidentale che ha portato allo sbriciolamento delle certezze e allo smarrimento dell’individuo ci sia ancora un barlume di consapevolezza per restituirci la dignità perduta.

Danzare con la vita

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Cado spesso  nel non-senso,

tutto mi sfugge ed io lì ad osservare

senza sapere cosa,

a danzare col pensiero

a sperare l’oltre

per cogliere la dolcezza della vita

nel movimento mistico delle stelle

infinitamente lontane e lucenti.

Le ho da sempre nel cuore

quelle stelle e quella luna,

quella luce solare

che ravviva il mio fuoco interiore

e nessun vento può soffocarlo o placarlo.

Brucio nel suo dolore e nella sua gioia,

la gioia della divinità Assoluta e Solare,

la gioia di fare chiarezza nella mia esistenza,

nel mio incedere a tentoni

senza sapere dove e quando andare.

Immobile

è il mio stato cosciente Assoluto e Divino,

immobile come la volta celeste,

come ciò che sostiene la vita da sempre,

come l’abisso infinito che sta al di sotto di noi

e dentro di noi.

Incute timore guardarsi dentro,

spaventa cadere

dentro l’intrigo del proprio sé,

districarsi dal molteplice

del proprio essere fisico ed esteriore,

rivolgersi all’unità

come inconcepibile immobilità in sé

e tutt’intorno a sé,

senza tempo che la vari o la frammenti.

Unità è l’idea dell’Essere

come divinità suprema,

l’Uno come forma perfetta

di tutto e di tutti,

nell’infinità di vita

che forma e trasforma il reale

plasmandolo nel ricettacolo dei secoli.

*Poesia già pubblicata in due parti QUIQUI .

 

Com-Unione!

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Michelangelo, Cappela Sistina

All’inizio della Quaresima avevo scritto un POST per parlare della dimensione del silenzio e del deserto interiore come luogo privilegiato dell’incontro tra l’uomo e Dio. Perché il silenzio implica, fra le altre cose, la dimensione dell’ascolto. Del resto come si può veramente parlare di Dio? Come si potrebbe mai dare un suono al silenzio, a ciò che è inesprimibile (a parole)? Eppure sono qui a scrivere nel vano tentativo di trasformare le parole in pensieri e i pensieri in immagini e le immagini in vita vissuta…

Ora con l’inizio della Primavera, avvicinandosi a grandi passi il plenilunio che fisserà la domenica di Pasqua (che cade appunto dopo il plenilunio di Primavera), parlerò brevemente della dimensione comunitaria dell’uomo e dello stesso Dio.

In realtà nessun uomo vive da solo e per sé solo, ma ognuno vive in una comunità. E ogni comunità è essenzialmente comunione, quella comunione che i cristiani chiamano eucaristia, ove il “tutto si compie”: c’è Dio che si fa mangiare e l’uomo che è magiato (da Dio)! Se c’è stata una creazione originaria essa deve tendere all’unità, deve cioè comporsi nell’amore. E nell’eucaristia c’è l’atto del mangiare che porta alla piena identità tra chi magia (l’uomo) e chi viene mangiato (Dio). Dio diventa “me stesso” attraverso l’eucaristia e così accade alla stessa creazione che ha il pieno compimento in una “comunione cosmica”! L’uomo che assimila Dio  attira a sè tutte le cose del mondo ed entra in comunione con l’intera creazione. Ecco perché se con l’incarnazione Cristo diventa uomo fra gli uomini, con l’eucaristia Lui diventa noi, individualmente e collettivamente! Diventa (insieme all’umanità) quel corpo vivente che chiamiamo Chiesa, dove si realizza in pieno l’Unità attraverso il mangiare ed essere mangiati, che è possibile solo a Dio e al suo amore infinito. Un Dio che è venuto alla nostra ricerca ben prima che noi uomini ci rivolgessimo a Lui. E ogni giorno è un nuovo giorno, e ogni primavera è una nuova primavera e ogni Pasqua è una nuova risurrezione, un nuovo tentativo di Dio di entrare in comunione con i suoi amati.

*Riferimenti bibliografici: David Maria Turoldo, Neanche Dio può stare solo, Edizioni Piemme.

 

 

 

 

 

 

Fuffa eco-illogica e auto elettrica

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Ieri è stata la giornata dello sciopero per il clima, i ragazzi di tutto il mondo hanno manifestato per salvare la terra chiedendo ai politici di attuare delle strategie adeguate a combattere i cambiamenti climatici sempre più evidenti e devastanti. <<Non c’è più tempo da perdere>> – dicono i ragazzi -<< State cancellando il nostro futuro. Fate presto!!!!>> (Ve lo ricordate il vate del fate-prestismo?  )

Ora fin qui nulla da eccepire, tutto giusto, tutto condivisibile… ma io sono preoccupato. Sono preoccupato perché quando si usano i ragazzi, o peggio ancora i bambini per veicolare un messaggio, ebbene c’è un rischio elevato che il rimedio proposto sia peggiore del male che si vuole (o vorrebbe) combattere!

Un esempio è stata la campagna propagandistica sui vaccini: i bambini sono stati utilizzati come “scudi umani” da usare nello scontro assurdo tra pro e anti vax, uno scontro che ha avuto comunque l’esito scontato di trasformare in pericolosi untori chi sceglie di non vaccinare i propri figli. E non mi si dica che è la scienza ad avere avuto l’ultima parola sulla questione, qui la scelta dell’obbligatorietà è stata prevalentemente politica e moralistica, una morale ben costruita da un’efficace propaganda mediatica e che ha nei fatti riaperto la caccia alle streghe verso i “diversi”, coloro che non accettano le regole e ad esse si oppongono.

Sarà dunque questo il metodo per imporre chissà quali nuovi stili di vita e soprattutto di consumo in nome di un presunto eco-illogismo che diventerà indiscutibile per definizione?

Una delle possibili scelte eco-illogiche potrebbe essere quella dell’auto elettrica. In realtà agli albori dell’auto essa era stata a lungo in competizione con le auto a benzina.

 

Quella che vedete è la Jamais Contente, la prima auto che il 17 gennaio 1899 riuscì a superare i 100 km orari. Ed era un’auto elettrica!! Come elettriche erano le auto costruite già nel 1835 e fiorite poi in tutta Europa fino ai primi anni del 900, quando prese piede il motore a scoppio (storia dell’auto elettrica).

Ed oggi? Si vuole forse tornare al veicolo elettrico senza sapere dove e come si potrà ottenere l’energia necessaria per questo cambiamento? Perchè sarebbe minimamente logico ragionare sul vero problema, che è quello di produrre energia da fonti rinnovabili e pulite da cui anche i motori elettrici devono ricaricarsi. Per non parlare poi dello smaltimento delle batterie al litio o simili, metalli rari che hanno un costo ambientale altissimo (sarà un caso la fretta, non solo italiana, di stipulare accordi commerciali con la Cina, paese che ha il monopolio delle “terre rare”?).

In realtà quello che si palesa rapidamente davanti ai nostri occhi è una sempre più rapida messa al bando “per legge” dei motori disel, seguiti a stretto giro da quelli a benzina e addirittura a metano e GPL, come dimostra fra l’altro l’ECOTASSA introdotta dal governo ( QUI l’elenco delle auto tassate e quali no)!

Risulta altrettanto evidente che stiamo andando verso un’imposizione dell’auto elettrica, un’imposizione “di legge” che punta ad introdurre l’elettrico su scala globale! Era stato Sergio Marchionne nel 2017, quando gli era stata conferita la laurea ad honorem in ingegneria Meccatronica dall’Università di Trento, a mettere in guardia sui pericoli che avrebbe causato “forzare l’introduzione dell’elettrico su scala globale”. Lui riteneva che sarebbe stato più saggio continuare a lavorare sui motori tradizionali, potenziando i veicoli GPL e Metano come ideali carburanti alternativi, continuando si la strada dell’elettrico ma senza “imposizioni di legge”!

Invece la forza e rapidità con cui si sono ingigantite le manifestazioni come quella del 15 marzo e hanno avuto un’enorme visibilità personaggi come la sedicenne svedese Greta Thunberg fanno presagire tempi bui, dominati da un’eco-illogica fuffa, assai poco efficace nel risolvere i problemi climatici del pianeta, più probabilmente dannosa e imprevedibile nel medio e lungo periodo.

 

 

 

 

 

Ci sta aspettando!

Chiesa luce

Attende tutti

e prepara ad ognuno

un giaciglio accogliente

nel suo Regno.

Lui è l’Eterno,

e ciò che ci promette

è senza fine.

Lui è amore,

e mai potrà abbandonarci.

Ma tutto ciò sembra non arrivare mai.

Perché?

Perché il finito, l’effimero, l’illusorio,

prevale sul Tutto?

Perché ciò che è un istante,

sembra non avere mai fine?

Perché anche i secondi, nella sofferenza,

sono attimi senza tempo?

Eppure c’è una mancanza nei nostri cuori

che non può essere causata dal Nulla.

Deve essere già qui,

di fronte, addirittura in noi.

Solo l’amore può aprirci gli occhi

e farci respirare, per un attimo

l’Eterno.

Tarocchi e introspezione!

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Arcani maggiori

Come già scritto nel post “Riflessioni si l’I Ching…  ” anche i Tarocchi possono essere un’utile arte divinatoria, paragonabile comunque ad una forma di psicoanalisi in grado di leggere l’interiorità e metterci come davanti ad uno specchio!

Essi richiedono in chi li usa un’adeguata preparazione mentale e la capacità di mettere a tacere la mente, di entrare in uno stato di silenzio interiore ed esteriore. La via intuitiva della lettura dei Tarocchi ci mette in rapporto con noi stessi evidenziando ciò che normalmente la mente tiene nascosto. Ogni carta può entrare in rapporto con la nostra vita e favorisce l’esteriorizzazione del microcosmo in cui viviamo. Ed è qui che ci fermiamo, non andiamo oltre la vita fattuale e personale perché le vie superiori, quelle che coinvolgono il macrocosmo, rimarranno necessariamente oscure a chi è limitato e non vede al di là del proprio naso! Noi spesso non sappiamo vivere il presente e tanto meno possiamo trasformarlo in Eternità! Forse chi ha pensato l’I Ching o i Tarocchi o altre forme divinatorie ha lasciato anche quest’opportunità ulteriore di conoscenza, di capire il perché dei nessi sincronici che guidano le nostre vite. Ma oltre la semplice domanda non so e non voglio andare.

Torniamo quindi al gioco delle carte: esso ci abitua a guardare dentro di noi per far emergere dal suo sonno tutto ciò che è stato dimenticato o accantonato. L’importante è riuscire a lasciarsi trasportare dalle immagini e come nell’I Ching le carte parlano per immagini secondo i mutamenti del nostro essere interiore: mostrano il nostro passato per agire nel presente. In realtà diventeranno presto superflue se accettiamo i cambiamenti avvenuti in noi e puntiamo a trasformarli e superarli. Altrimenti nulla cambierà perché essi, come l’I Ching, non possono prevedere alcunché, ma indicano solo le strade del possibile che spesso non siamo in grado di vedere da soli. Come introspezione è certamente un atto del pensiero, ma non un atto razionale quanto piuttosto una forma d’arte che evidenzia emozioni e sentimenti.

 

Fare il deserto: incontrare Dio nel silenzio e nella solitudine!

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In occasione della Quaresima ripubblicò questo post che riassume il mio pensiero relativamente a questo importante periodo: un’occasione per “fare il deserto” e rimanere soli nella propria intimità in ascolto della divinità!

Con il Mercoledì delle Ceneri inizia il tempo della Quaresima, un tempo in cui l’uomo dovrebbe impegnarsi a fare il deserto in sé stesso per entrare nel silenzio! Nel libro del Qoelet c’è scritto: “C’è un tempo per parlare e un tempo per tacere”, perché nell’esprimere la propria sapienza l’uomo deve poi essere illuminato dalla grazia e creare così un equilibrio in vista dell’unità tra uomo e Dio! Ci sono teologi che dicono che la Bibbia è il libro del silenzio di Dio perché è nel silenzio che la Parola deve essere ascoltata nell’anima.

Nella Bibbia la permanenza nel deserto e il silenzio a questo collegato segnano prima il rapporto tra Dio e il popolo d’Israele, successivamente le tentazioni a cui Satana sottopone Gesù. Da sempre l’uomo ha avuto paura del silenzio cercando in ogni modo di fuggire da esso. Perché chi ha paura di sé stesso cerca la folla e il rumore per mettere a tacere i suoi fantasmi altrimenti fin troppo reali e inquietanti. Gesù invece è andato incontro al silenzio e si è confrontato con le tentazioni preparandosi così ad affrontare la vita e la missione a cui era destinato. L’uomo che ha compreso il senso della vita deve anche lui andare oltre la dimensione delle parole per confrontarsi con il silenzio.

Dal silenzio che precedette la creazione al silenzio come condizione umana per generare parole e relazioni interpersonali: è un momento importante che diventa condizione per riprendere a comunicare. La Bibbia infatti dice che nel deserto si può rimanere soltanto 40 anni o 40 giorni, cioè un tempo più o meno lungo, ma non certamente l’intero arco della vita dato che ogni uomo nasce in relazione con altri uomini. Eppure è nel silenzio che si genera l’incontro radicale con la solitudine che coincide con il mistero personale dell’uomo. Ognuno è un mistero segreto e personale, unico e irripetibile,  una monade senza porte o finestre direbbe il filosofo Leibniz. Provare questa solitudine assoluta generata dal silenzio ci porta però alla consapevolezza della nostra contingenza, del nostro non bastare a noi stessi, del nostro infinito bisogno d’Amore! Non ci sono appigli umani in grado di salvarci nelle prove della vita e arriverà un giorno, in ogni caso l’ultimo giorno, in cui ci troveremo faccia a faccia  e soli con LUI, unica pienezza in grado di colmare i nostri infiniti vuoti. Per questo motivo non dovremmo mai fuggire dal silenzio e dalla solitudine, perché entrambi queste dimensioni spirituali ci permettono di percepire già ora la Presenza in grado di colmare la sete d’infinito: nella solitudine, dove nessun altro uomo può sentire o arrivare, siamo in realtà sempre in due.

*il post era stato pubblicato Qui!