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Attualità

Complessità irriducibile

filato, pattern, Spiderweb, complessità, ragnatela, rugiada, umidità
Foto da pixnio

Il post che segue è di Stefano

Andando a curiosare nei miei soliti blog di “contro” informazione mi sono imbattuto in questo concetto espresso dal biologo Michael Behe nel 1996. Proverò a spiegare di cosa si tratta, secondo quello che ho capito e non lapidatemi se non riuscirò nell’impresa. In pratica dice che in un sistema complesso, in un meccanismo funzionante, sia sempre necessario un certo numero di componenti minimo dove, quando si sia raggiunta la massima semplificazione, la mancanza di uno solo dei componenti rende il meccanismo non funzionante. Fin qui sembra lapalissiano, ma faccio lo stesso un esempio: prendiamo un motore a scoppio, il più semplice che c’è… che ne so, quello della vecchia FIAT 500. Non sono un esperto di meccanica, ma mi ricordo che persino io ero capace di aggiustarlo. Togliamo tutto quello che non è strettamente necessario: il sistema di raffreddamento, lo facciamo lavorare a 50 gradi sottozero! La lubrificazione, ricostruiamo le parti in sfregamento in teflon autolubrificante, eccetera, fino a quando non è ridotto all’osso. Lo facciamo partire e… funziona! Ma se gli togliamo anche una vitina, non ci pensa per niente ad accendersi. Quindi TUTTE le sue parti, anche la più piccola, devono essere presenti contemporaneamente ed assemblate correttamente. Siamo d’accordo? Quindi ci deve essere almeno un progettista, magari anche esperto meccanico che compia tutte le operazioni preliminari. Non può assemblarsi da solo… per caso! Sarebbe come se un tornado si abbattesse su un deposito di uno sfasciacarrozze, prendesse dei pezzi di macchine a caso e mischiandole tra loro vada a costruire l’intero motore perfettamente e lo avviasse anche… Le probabilità sono così infinitesime che neanche in miliardi di anni, miliardi di tornadi ed in miliardi di pianeti diversi ci potrebbe riuscire. Anche perché, anche se il motore dovesse essere costruito a casaccio per una metà, non funzionerebbe e, al primo tornado, si sfascerebbe di nuovo. Lo stesso discorso vale per i sistemi biologici. É stato calcolato che il batterio più elementare, la forma di vita più semplice che c’è, è composto da almeno 400 parti (non so di che… se di molecole complesse di amminoacidi o altro) e che sono necessarie tutte insieme, contemporaneamente ed assemblate perfettamente, altrimenti non vivrebbe! Basterebbe che manchi una sola parte e non vivrebbe, non si muoverebbe, nutrirebbe, riprodurrebbe. Le probabilità che possa assemblarsi da solo a caso sono le stesse del motore. Non ci potrebbe essere neanche la progressività evolutiva della vita, perché meno di quello è niente. Non sarebbe vita. Un assembramento casuale di 399 parti non starebbe coagulato insieme neanche per un secondo, tantomeno potrebbe evolvere in una forma di vita più complessa. Da lì in poi sì! Da quando prende vita può evolversi e lo hanno fatto tutte le forme di vita che conosciamo, ma c’è un limite aldisotto del quale non si può!

Io non sono creazionista poiché non ce lo vedo proprio un Alieno dotato di superpoteri con l’aggravante della vendicosità chiamato Dio, God, Allah, Javeh, Krishna… che si diverta a creare il tutto. Ma non posso essere neanche del tutto evoluzionista poiché senza una intelligenza di base, di sottofondo, semplicemente, un sistema irriducibilmente complesso come la vita, ma non solo, non si può mettere assieme da solo, senza un progetto e senza un assemblatore.

Di opinioniweb - Roberto Nicolini

Sono un insegnante di religione di scuola primaria dal 1996. Nonostante tutto il dato di "fede" non ha mai prevalso sulla ricerca della verità. Del resto è l'unica cosa che al di là dei limiti oggettivi della nostra vita ci rende effettivamente liberi e quindi ci avvicina a Dio, in qualunque modo Esso si manifesti!

7 replies on “Complessità irriducibile”

Salve.

La mia incredulità di fronte al mistero della vita come noi la conosciamo non mi impedisce di notare che nell’analogia esposta c’è un elemento scomodo (soprattutto per il sottoscritto) che ne inficia molto l’efficacia: il riferimento teleologico, il “progetto”.
Vedendo gli organismi replicarsi, non possiamo che avere la percezione di qualcosa che “funziona” e che ha uno scopo, perché la nostra mente è sostanzialmente portata a individuare un fine. Tuttavia, tutta la complessità biologica che osserviamo potrebbe non essere altro che il risultato dell’errore, della mancanza della vite: evenienze che non fanno funzionare il motore, ma che per la vita – dai primi replicatori in poi – sembrano essere tutte opportunità.

[càpito per la prima volta in questo blog, e non ho avuto l’accortezza di leggere altri contenuti oltre questo articolo prima di commentare, quindi mi scuso se ho fatto obiezioni sull’argomento già sollevate in precedenza]

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Molto bello e interessante il tuo commento Marco e posso dirti più che condivisibile. Il post lo ha scritto Stefano un amico che ogni tanto mi aiuta con le sue stimolanti riflessioni e credo che accetterà il tuo appunto. Siamo abituati a ragionare su un piano razionale e spesso abbiamo bisogno di unire i puntini e andare oltre. Avevo scritto un post sui diversi piani di conoscenza, un po’ centra con la tua riflessione tante volte ai tempo di leggerli https://opinioniweb.blog/2018/07/18/congrue-incongruenze/
Grazie ancora e buona serata

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