Su(l)l’IVA, (giù)l’IVA

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<a href="http://Foto di Michael K da Pixabay“>In attesa di IVA l’oca giulIVA!

Su Repubblica relativamente al possibile aumento dell’IVA il ministro Tria dichiara: “La legislazione vigente in materia fiscale è confermata in attesa di definire, nei prossimi mesi, misure alternative (LEGGI QUI )!

Ora io sono perfettamente consapevole che le alternative ci saranno se e solo se la parte eurocritica del governo uscirà rafforzata dalle prossime elezioni europee. E basterebbe un decreto a cancellare una volta per tutte ste famigerate clausole di salvaguardia per introdurre poi misure realmente anticicliche che non tengano conto di astrusi parametri fiscali che altro non sono che misure d’austerità recessive (in realtà tanto amate proprio dai ragliatori della crescita che hanno affossato il paese)!

Ma per fare un’analisi sull’oggi riprendo qui brevemente alcune riflessioni fatte dal grande economista J.M. Keynes nel suo libro “Autarchia economica” del 1933.

Keynes sul ruolo dello Stato in economia:
“…Noi distruggiamo le bellezze della campagna perché gli splendori della natura, accessibili a tutti, non hanno valore economico. Noi siamo capaci di chiudere la porta in faccia al sole e alle stelle, perché non pagano dividendo. Londra è una delle città più ricche che ricordi la storia della civiltà, ma non si può permettere i massimi livelli di civiltà di cui sono capaci i suoi cittadini, perché non rendono… E’ lo Stato, piuttosto che l’individuo, che bisogna cambi i suoi criteri. E’ la concezione del Ministro delle Finanze, come del Presidente di una specie di società anonima, che deve essere respinta.”

Capito ministro Tria e suoi predecessori? Non siete a capo di una società anonima amministrata per fini non meglio definiti, ma siete invece a capo di uno Stato che deve garantire prioritariamente sostegno ai propri cittadini, che può e deve creare le “città delle meraviglie” cancellando una volta per tutte la mentalità contabile per cui ogni persona è un numero in una lista senza priorità e dignità alcuna. Ma continuiamo con Keynes…

Le parole del grande economista sono critiche nei confronti delle scelte di politica economica attuate dai governanti europei negli anni ’30 del secolo scorso, ma risultano estremamente attuali:
“… Invece di usare le loro moltiplicate riserve materiali e tecniche per costruire la città delle meraviglie, gli uomini dell’ottocento costruirono dei sobborghi di catapecchie; ed erano dell’opinione che fosse giusto ed opportuno costruire delle catapecchie, perché le catapecchie, alla prova dell’iniziativa privata, <<rendevano>>, mentre la città delle meraviglie, pensavano, sarebbe stata una folle stravaganza che, per esprimerci nell’idioma imbecille della moda finanziaria, avrebbe <<ipotecato il futuro>>, sebbene non si riesca a vedere, a meno che non si abbia la mente obnubilata da false analogie tratte da un’inapplicabile contabilità, come la costruzione oggi di opere grandiose e magnifiche possa impoverire il futuro”.
“…la nazione nel suo insieme sarebbe senza dubbio più ricca se gli uomini e le macchine disoccupate fossero adoperate per costruire le case di cui si ha tanto bisogno, che non se essi sono mantenuti nell’ozio. Ma le menti di questa generazione sono così offuscate da calcoli sofisticati, che esse diffidano di conclusioni che dovrebbero essere ovvie, e questo ancora per la cieca fiducia che hanno in una sistema di contabilità finanziaria che mette in dubbio se un’operazione del genere <<renderebbe>>. Noi dobbiamo restare poveri perché essere ricchi non <<rende>>. Noi dobbiamo vivere in tuguri, non perché non possiamo costruire palazzi, ma perché non ce li possiamo permettere.

Quante volte abbiamo sentito ripeterci il mantra “abbiamo vissuto sopra le nostre possibilità”? Non è cambiato molto e la storia non ha insegnato nulla agli uomini! Le critiche che Keynes rivolgeva ai politici di allora, che con le loro assurde scelte economiche impoverivano interi popoli ad esclusivo vantaggio di pochi gruppi industriali legati a doppio filo con il sistema finanziario, potrebbero essere ripetute pari pari ai politici italiani e più in generale europei (ma anche USA, Cina, ecc., ecc.). E a me dell’oca giùl’IVA o dei vincoli di bilancio o del debito pubblico BRUTTO poco importa. Attendo con speranza la “città delle meraviglie” perché di altra povertà e menzogne, magari condite da solite guerre devastanti non vorrei proprio più sentir parlare…

Lode all’Italia!

Come non condividere le parole di Stefano? Si, perché l’articolo sotto è il suo ma ricalca in toto quello che penso anch’io dell’Italia! Anche la passione del camper ci accomuna, l’ho acquistato nel 2008 per potermi muovere con la “casa appresso” avendo allora due bimbi che avevano rispettivamente 1 e 3 anni e mi ha permesso di scoprire tanti piccoli paesi e realtà nascoste paragonabili a gioielli preziosi. Perché questa è l’Italia, una culla di culture e tradizioni e natura… Per questo motivo sarebbe doveroso adottare un modello economico che sia non solo compatibile con l’ambiente naturale, ma anche con quello socio-culturale, con le piccole imprese che nascono dal territorio e dalle infinite potenzialità del nostro paese. Certo che oltre alle luci, ci sono molte ombre! Ma queste giustificano forse la scarsa valorizzazione, a volte addirittura il disprezzo che spesso sembra prevalere nei media, tanto bravi ad esaltare i difetti e lodare gli altri, i virtuosi per definizione? Perché chi paragona il “piccolo” all’inefficienza, addirittura ad una metastasi che non potrà mai competere con le grandi e belle e superiori mega-ultra-multinazionali, forse non conosce bene (o non gli in teressa conoscere) la ricchezza della nostra terra, fatta in gran parte di piccole realtà. Viva la BIO-SOCIOdiversità, viva l’Italia!

Post di Stefano

Da quando la mia compagna ed io abbiamo il camper capita spesso una cosa: io sono uno specialista nello sbagliare strada, malgrado il navigatore, così magari cerchiamo di raggiungere un posto e, per sbaglio, ne troviamo un altro. Più bello di quello che cercavamo! In Italia capita spesso!

Non mi piace fare il nazionalista e spesso penso che la maggioranza degli italiani non merita di vivere in mezzo a così tanta bellezza, non l’apprezza abbastanza e magari agisce, nel suo piccolo, per distruggerne una parte.

Ma no!

Io credo fortemente che nulla avvenga per caso, per cui, chiunque abbia il Karma di vivere in Italia ce l’ha per uno scopo, come premio o come occasione di crescita nell’insegnamento positivo.

Ho avuto ed ho la fortuna di fare molti viaggi, a volte anche molto lontano, ed ho avuto l’occasione di vedere… che ne so… delle spiagge tra le più belle del mondo, ma pensandoci bene in Italia ne ho viste di altrettanto belle. Ho visto le montagne più alte del mondo, però la bellezza delle Dolomiti…

vogliamo poi parlare dei borghi antichi? A migliaia e tutti caratteristici! Le città? Alcune, anzi molte, sono dei veri e propri musei all’aria aperta… Roma, Venezia, Firenze, Napoli… eccetera, sono uniche al mondo ed irripetibili, neanche paragonabili a nessun’altra città del mondo. I siti termali… quanti ce ne sono? Vado spesso a Saturnia: le “cascatelle” sono uniche!

Migliaia di chilometri di spiagge, ma non spiagge normali… bellissime!

Abbiamo il comprensorio sciistico più grande e più bello del mondo! I sentieri di montagna, le ferrate… e non solo nelle Alpi, un po’ dappertutto.

E poi l’arte… L’ARTE???

In sintesi ogni stato estero ha le una sua caratteristica, magari peculiare, ma ne ha una… o due. L’Italia no! L’Italia le ha tutte!!!

E’ ovvio che tanta bellezza così concentrata in un solo paese comporta delle responsabilità enormi a carico di chi lo abita questo paese. Responsabilità troppo spesso disattese.

Però, l’attacco economico che sistematicamente subiamo dai paesi vicini, io penso, che non sia solo di natura prettamente economica e che l’invidia sia in fondo, in fondo la causa scatenante.

Il cielo è di tutti

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<a href="http://Foto di Georg Schober da Pixabay“>Il Cielo

Qualcuno che la sa lunga

mi spieghi questo mistero:

il cielo è di tutti gli occhi,

di ogni occhio è il cielo intero.

E’ mio, quando lo guardo.

E’ del vecchio, del bambino,

del re, dell’ortolano,

del poeta, dello spazzino.

Non c’è povero tanto povero

che non ne sia il padrone.

Il coniglio spaurito

ne ha quanto il leone.

Il cielo è di tutti gli occhi,

ed ogni occhio, se vuole,

si prende la luna intera,

le stelle comete, il sole.

Ogni occhio si prende ogni cosa

e non manca mai niente:

chi guarda il cielo per ultimo

non lo trova meno splendente.

Spiegatemi voi dunque,

in prosa o in versetti,

perché il cielo è uno solo

e la terra è tutta a pezzetti.

G. Rodari
C’è altro da aggiungere? A me non sembra. Gianni Rodari riesce sempre a dire molto e a dire ai bambini come agli adulti. A noi non resta che provare a guardare per vedere e ad ascoltare per sentire… allora si che non avremmo più bisogno di “prosa o versetti” per spiegare il mondo in cui viviamo!

A mio figlio

 

Testo di Stefano…

Ti auguro di realizzare a pieno lo scopo per cui sei venuto al mondo

Ma se questo scopo non c’è allora ti auguro:

Che tu abbia sempre lo sguardo limpido, ma che sappia guardare attraverso lo sguardo degli altri

Che tu sappia donare, ma senza aspettare la ricompensa, anche fosse solo la gratitudine

Che tu sappia gioire delle gioie delle persone care, ma anche di chi non lo è

Che tu sappia difendere i tuoi diritti, ma senza prevaricare quelli altrui

Che tu sappia difenderti dalle offese, ma senza offendere

Che tu sappia farti gli affari tuoi, tranne quando vorrai aiutare gli altri

Che tu sia sempre leale, anche coi nemici

Che tu abbia rispetto per chiunque e per tutto e che tu lo ottenga sempre

Che tu sia sempre pieno di dubbi, ma che alla fine tu sappia sempre trovare la tua via

Che tu sia sempre aperto ad ascoltare chiunque, ma che poi decida da solo

Che tu non ti lasci convincere da chi ti propone dogmi e certezze

Che tu sappia riconoscere sempre chi ti è davvero amico

Che tu sappia riconoscere dagli occhi la compagna della tua vita

Che tu sappia cercare il piacere, ma senza limitarlo ad alcuno, anzi, condividendolo con chi ami

Che tu abbia sempre un cuore puro, senza odio, astio o rancore

Che tu sappia trovare sempre le parole per non ferire, anche se dovrai dire cose spiacevoli

Che tu abbia sempre un buon motivo per affrontare ogni addio

Anche alla vita, perché tu non ne soffra troppo,

Perché tu sia sempre felice, perché io ti amo figlio mio.

Il Tuo Babbo

La lettera-poesia è del mio amico Stefano. Lo ringrazio per averla voluta condividere. Del resto, come ogni cosa che viene dal cuore, è intima si, ma al contempo è un dono: un dono dell’Amore! Affinché ogni figlio non si senta mai solo.

Il vento

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Poesie di Lorenzo

Vento

quale mira nasconde

il tuo soffio di vita?

Quale mente lucida

ti spinge verso terre acri?

Gioia di passeri in cielo,

letizia di fiori sbocciati,

sollievo di rami

velati da un’ombra di stanchezza.

Spazzi via quel velo

 che ci avvolgeva in sonno acerbo.

Volgo lo sguardo in cielo

e una nube nera

si allontana sospinta

per poi calare quieta

come la sera.

Poesia di Lorenzo già pubblicata QUI!

 

Via della seta: dalla padella alla brace!

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Dopo un periodo di assenza l’amico Stefano mi ha inviato un suo nuovo articolo. L’argomento lo potete capire dal titolo, personalmente non ho approfondito la questione ma i dubbi suscitati da Stefano mi sembrano condivisibili, vi lascio alla lettura del post…

Si fa un gran parlare della nuova “via della seta”, ovvero dei nuovi accordi che hanno stipulato i nostri governanti con le autorità e le ditte cinesi. Questi accordi prevedono tra l’altro investimenti strutturali soprattutto nei porti di Trieste e Genova per poter accogliere meglio le “merci” cinesi e per far partire meglio le nostre, di merci, verso la Cina.

Questi accordi sono stati puntualmente maledetti sia dagli americani che dai tedesco/francesi. Le loro motivazioni sono facilmente intuibili: nel migliore dei casi perché avrebbero preferito farli loro questi accordi, poi, per i teutogallici, perché hanno paura che l’Italia possa risorgere e tornare ad essere un competitor temibile come lo era prima dell’euro, per questioni di egemonia mondiale (gli americani), eccetera.

Ma per noi, siamo sicuri che questi accordi siano davvero vantaggiosi?

Analizziamo un po’: che cosa compriamo noi dai cinesi? Paccottiglia che potremmo benissimo produrci da soli, solo ad un costo un po’ superiore perché qui, ancora, si rispettano certe norme di sicurezza e si pagano, ancora per poco temo, un po’ più dignitosamente i lavoratori. E che quindi ci rende meno produttivi, indebolisce la nostra economia e ci toglie posti di lavoro.

Che cosa comprano loro? Tecnologia fine e macchinari che non sanno ancora farsi da soli, ma che rendono ancora più forte l’economia cinese!

Vantaggi quindi a breve, brevissimo termine e grossi svantaggi a medio, lungo termine.

Inoltre, i cinesi non hanno la minima cura dell’ambiente e, se non ce l’hanno a casa loro, come pensate che vogliano ridurre i porti (e non solo) di quelle due meravigliose città?

Inoltre, nel 1985 l’Italia ha firmato un patto bilaterale per cui se una qualche legge italiana dovesse danneggiare l’interesse di una qualche ditta cinese, questa potrebbe farci causa e, sinceramente, secondo voi, chi ha più soldi per pagare gli avvocati giusti?

Inoltre, la leva finanziaria: ammettiamo che in un porto c’è bisogno di una tale infrastruttura. E’ plausibile che le spese vengano divise a metà, ma lo è altrettanto che la parte che spetta all’Italia Euroinomane, non sovrana della sua moneta, debba essere finanziata a prestito dai cinesi stessi e se poi capitasse che la BCE non ci conceda abbastanza credito (moooolto facile) la Cina si prende i nostri porti!

Inoltre, i cinesi stanno già invadendo il nostro territorio e le nostre proprietà che… altro che i migranti clandestini, non si integrano ed hanno un atteggiamento predatorio.

Inoltre, inoltre… inoltre, perché i cinesi, come lo sono gli americani, sono geneticamente degli egemoni. Per settant’anni siamo stati sotto gli americani e tutto sommato… i danni peggiori ce li hanno rifilati i nostri cugini teutogallici!

Vi sembra proprio il caso di passare dalla padella alla brace?

I luoghi di confine: dal romito di Lampedusa al multiculturalismo globalista.

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In continuità con il precedente post “Sul cibo, sulle religioni e sull’identità” ripubblico QUESTO articolo sui luoghi di confine…

Nel XV secolo esisteva a Lampedusa uno strano luogo di culto, una grotta dedicata alla Madonna, dove si depositavano sia cimeli cristiani sia quelli musulmani, a cui si rivolgevano in preghiera pescatori, naviganti, marinai, corsari, di entrambe le religioni. Era un luogo di culto “doppio” appartenente contemporaneamente all’islamismo ed al cristianesimo. Secondo la leggenda il compito di accendere il lume per i naviganti era affidato ad un romito che si presentava a seconda del bisogno o cristiano o musulmano: questo rappresentava un modello di sincretismo religioso, cioè una convergenza di culture e religioni diverse. Nel libro di Lucetta Scaraffia “Rinnegati” leggiamo che un avventuriero spagnolo a cavallo tra ‘500 e ‘600, cavaliere di Malta, presentava nelle sue memorie una descrizione di questo luogo: c’era un altare, posto sotto il quadro della Madonna, dove si trovavano << molti oggetti che vi hanno lasciato in elemosina i cristiani e vi è perfino del biscotto, del formaggio, dell’olio, delle carni salate, del vino e del denaro>> e dall’altra parte della caverna <<si vede una tomba dove è sepolto un marabutto turco, uno dei loro santi a quanto si racconta>>e accanto ad esso <<le medesime elemosine della nostra Immagine Santa>>.

Quindi ieri come oggi Lampedusa costituiva un approdo speciale grazie alla sua posizione geografica. Sempre nel testo della Scaraffia sopracitato leggiamo: almeno a partire dal XV secolo risulta che fu acceso un lume per guidare i naviganti. Secondo una leggenda siciliana il compito di accendere il lume era affidato ad un romito, che viveva nella grotta sacra e si presentava come cristiano o come musulmano, a seconda della provenienza dei naviganti che vi sbarcavano, <<da ciò il comune detto in Sicilia “il romito di Lampedusa” per indicare una persona dalla doppia fede>>. Possiamo parlare di multicultura e multireligione praticata già oltre 500 anni fa da chi viveva in questi luoghi di confine.

Isole poste al centro del Mediterraneo come Pantelleria, Lampedusa o Malta, videro convivere famiglie musulmane e cristiane e si parlava un dialetto arabo almeno fino a tutto il XV secolo. Si configuravano come luoghi “neutri” che riconoscevano tributi sia ai re cristiani sia ai califfi musulmani. Isole di libertà religiosa, politica, sociale dove si abolivano i confini fra l’islam e il cristianesimo e ciò era possible solo perché c’era un equilibrio di forze fra le due parti. Infatti nel XVIII secolo con la decadenza dell’impero ottomano i paesi barbareschi del nord africa persero la loro autonomia economica e iniziarono a diventare colonie degli stati europei, in particolare della Francia.Quando c’è qualcuno che comanda non si può più scegliere la neutralità, ma ci si deve decidere a favore di un’unica identità: quella che i colonizzatori imponevano con la forza della loro dominazione.

Nel mondo di oggi ha più senso parlare d’incontro tra diverse identità religiose? L’uomo occidentale ha in gran parte spezzato i legami identitari con la propria religione cadendo nell’individualismo e perdendo tutti quei riferimenti gerarchici di tipo morale e sociale dati prima dalla Legge divina. La stessa Europa ha rifiutato di riconoscere le proprie radici cristiane e visto quello che sta accadendo con l’accelerazione incontrollata dei flussi migratori sembra sempre di più finalizzata ad accogliere in modo indiscriminato gli apporti culturali e religiosi che vengono dall’esterno. Non sappiamo più se definirci cristiani o se alla fine sia davvero importante difendere le nostre tradizioni e la nostra cultura. Per i musulmani invece un’Europa islamizzata è un’opportunità anche per procedere ad un’innovazione culturale altrimenti impossibile nei loro paesi d’origine: questa religione può infatti rispondere all’ateismo, all’individualismo, al recupero dei valori tradizionali come quello della famiglia in modo altrettanto efficacie del cristianesimo!

Eppure la Chiesa cattolica, proprio nel Compendio della dottrina sociale della Chiesa relativamente alla difesa delle identità così si esprime: “La Nazione ha <<un fondamentale diritto all’esistenza>>; alla propria lingua e cultura, mediante le quali un popolo esprime e promuove la sua “sovranità” spirituale>>; a <<modellare la propria vita secondo le proprie tradizioni, escludendo, ovviamente, ogni violazione dei diritti umani fondamentali e in particolare, l’oppressione delle minoranze>>”. In sostanza nel Compendio si dice che l’accoglienza non deve mai essere indiscriminata, cioè non deve mai arrivare a minare quelle tradizioni e quella cultura che son alla base dell’unità sociale e del bene comune che questa unità garantisce!

Mettiamo ora a confronto le affermazioni del Compendio sopracitate, con quelle di una rappresentante del globalismo moderno in salsa eurista, la presidente(a) della Camera Laura Boldrini:
“I migranti oggi sono l’elemento umano, l’avanguardia di questa globalizzazione e ci offrono uno stile di vita che presto sarà molto diffuso per tutti noi”, “Dobbiamo dare – spiegava la Boldrini – l’esempio concreto di una cultura dell’accoglienza come un nostro valore a 360 gradi che sappia misurarsi con la sfida della globalizzazione. Una sfida che porta anche una maggiore opportunità di circolazione delle persone perché nell’era globale tutto si muove”. Qui l’articolo e il video.

Si augurava che lo stile di vita portato dai migranti si sarebbe sostituito al nostro: non diceva che i migranti avrebbero avuto maggiori diritti, ma anzi che la loro precarietà e povertà sarebbe diventata un modello anche nella nostra società. La religione eurista ha nella sua essenza la mercificazione del lavoro e per fare questo è necessaria la libera circolazione delle persone funzionale all’impoverimento collettivo e alla cancellazione dei diritti sul lavoro: ci deve sempre essere qualcuno così disperato da accettare un salario sempre più basso, l’importante è che chi lavora ad un costo più elevato sia immediatamente licenziabile senza troppi problemi (vedi Jobs act).

Se la Chiesa vuole recuperare il suo ruolo di evangelizzazione della società deve necessariamente opporsi a queste idee che invece di mantenere in vita il confronto fra culture e civiltà, rischia di annientarle. Per instaurare un dialogo non si può perdere di vista se stessi. E proprio un musulmano, Fuod Allam, in un articolo apparso sulla Repubblica del 23 settembre 2003 scriveva: “la questione delle radici cristiane dell’Europa, in un momento in cui si parla di eterogeneità delle culture e di multietnicità, suscita altre problematiche: come accogliere l’altro se si nega se stessi?… L’incontro è possibile soltanto se si è consapevoli delle proprie radici….L’Europa, faccia a faccia con se stessa, è ricca di saperi, ma restia ad accettarsi; ma per me essa rappresenta l’albero d’ulivo che nel Corano, al versetto 35 della Sura della luce, è né d’oriente né d’occidente”. Qui è evidente la preoccupazione nei confronti di una civiltà che sta perdendo di vista se stessa e i propri valori, che si riferisce solo a finalità utilitaristiche rischiando così di adottare stili di vita incompatibili con l’accoglienza e la pace, che spingono invece allo sfruttamento e all’odio reciprico.

In natura i luoghi di confine sono segnati dall’incontro degli elementi: l’acqua e la terra sul bagnasciuga di una spiaggia, le tenebre e la luce nel momento del crepuscolo e dell’alba…sono e rimangono linee di confine, d’incontro e separazione fra elementi diversi di due mondi! Come il romito di Lampedusa essi possono esistere e convivere solo in certi luoghi e in certi momenti. La civiltà occidentale è oggi indebolita dalla perdita della propria identità religiosa e culturale, non è in grado di dialogare ma solo di soccombere ad un modello che invece di integrare i popoli rischia di portare al rifiuto e all’odio, il tutto in nome della religione globalista che nega ogni forma di identità!

Sul cibo, sulle religioni e sulle identità

Genesi 9 – 1 Dio benedisse Noè e i suoi figli e disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite la terra. 2 Il timore e il terrore di voi sia in tutte le bestie selvatiche e in tutto il bestiame e in tutti gli uccelli del cielo. Quanto striscia sul suolo e tutti i pesci del mare sono messi in vostro potere. 3 Quanto si muove e ha vita vi servirà di cibo: vi do tutto questo, come già le verdi erbe. 4 Soltanto non mangerete la carne con la sua vita, cioè il suo sangue.

Leggendo con attenzione Genesi 9 viene da pensare che in questi versi, il Signore, dà il permesso all’uomo di mangiare la carne (soltanto non mangerete carne con la sua vita, cioè il suo sangue), mentre prima del Diluvio c’erano solo le “verdi erbe“!

Parlare di “regole alimentari” e religioni non è semplice, ma un breve excursus sulla questione risulta assai interessante. Anche perché nella nostra epoca abbiamo assistito ad un paradossale rovesciamento: le regole alimentari vengono a volte assunte a dogmi diventando esse stesse religione ( basta pensare alle scelte di vita fatte da chi crede fermamente nei principi etici e salutistici del veganesimo).

Mi limiterò ad accennare ad alcune regole alimentari delle religioni monoteiste: ebraismo, islam e cristianesimo.

Le comunità ebraiche dell’antico testamento erano essenzialmente dedite alla pastorizia di pecore e capre, infatti per loro era proibito mangiare animali che non erano ungulati ruminanti dallo zoccolo diviso. nell’Islam invece la proibizione riguarda particolarmente il maiale. Nella cultura ebraica e nell’Islam la differenza fra cibi puri ed impuri serve a sancire il legame tra un popolo eletto che segue determinate leggi con rigore e Dio. Allo stesso tempo però queste regole marcano la differenza con il resto dell’umanità.

Nel cristianesimo invece la contrapposizione è tra cibi grassi e cibi magri. Su questa distinzione la Chiesa nel medioevo tentò un’unificazione delle popolazioni cristiane attraverso le regole alimentari. L’olio, considerato un “grasso magro”, venne imposto durante la Quaresima al posto del lardo, ampiamente usato dai popoli del nord Europa. Dal Mercoledì delle Ceneri al Sabato santo si introdusse l’obbligo di un rigoroso digiuno, vietando la carne e i latticini, sostituiti con verdure e pesce. Ma sappiamo che questo tentativo di unificazione finì con la divisione della cristianità nel 500, quando i protestanti abolirono l’obbligo di utilizzare l’olio di oliva in Quaresima e misero l’accento sulla penitenza piuttosto che sulle regole materiali.

Ma è proprio il maiale a risultare estremamente divisivo: impuro e detestato dagli ebrei e dai musulmani, quasi sacralizzato dai cristiani (per i quali mantiene comunque un giudizio ambivalente tra il sacro e il profano). Sant’Antonio abate è considerato il protettore degli animali e viene associato proprio al maiale nell’iconografia che lo rappresenta. Nel secolo XI le reliquie del santo vennero portate da Costantinopoli, dove c’era una società che detestava il maiale, alla regione francese del Delfinato dove invece il maiale era mangiato abitualmente. Sta di fatto che proprio in quel periodo storico in queste località dilagava la malattia del “fuoco sacro” che pare veniva curata proprio con un rimedio a base di lardo di maiale dai monaci antoniani, un ordine ospedaliero (inizialmente erano laici) che allevavano maiali e li lasciavano girare liberi per la città con una campanella al collo! Ecco quindi i simboli iconografici: il fuoco (falò accesi il 17 gennaio, giorno di Sant’Antonio), la campanella e il maiale.

Il maiale comunque assume nella tradizione cristiana una grande importanza, la sua macellazione viene quasi ritualizzata, è considerata importantissima, da proteggere, perché da essa dipende la sopravvivenza alimentare di una comunità.

Ricapitolando, nella cultura ebraica e in quella islamica la proibizione di mangiare carne di maiale era anche una forma di contrapposizione con la cultura cristiana. I cristiani al contrario si differenziarono attraverso il superamento delle proibizioni alimentari.

Ma il superamento delle proibizioni alimentari come tratto distintivo non evita nei cristiani di considerare “diverso” chi è portatore di una diversa interiorità, considerata impura, fonte di male e contagio!

Se ogni io si definisce appieno nella relazione con un tu, il confronto con l’alterità, con il diverso diventa una tappa fondamentale per la conoscenza di sé stessi. Perché gli uomini, le loro culture, le loro religioni, ognuno di questi aspetti marcano le differenze e sono principi di conoscenza per iniziare un dialogo, un arricchimento reciproco. Non si deve sbiadire la propria fede, cancellare le proprie idee o usanze, mettere insieme in un tutto indistinto le somiglianze. Si deve invece confrontarsi con l’alterità e sforzarsi di capire dove iniziare un dialogo. Le società umane si sono formate sulla vita materiale, dal cibo che essa garantiva, sacralizzato e reso fonte di purezza e distinzione.

Oggi, dicevo all’inizio, è sempre il cibo a diventare addirittura religione, a servire da isola nei confronti dei nuovi (o vecchi) mali che affliggono gli uomini. Sono soprattutto (gl)i (ex) cristiani a non sapere più se esiste un’identità da difendere o da trasmettere nel confronto con l’altro! I media spingono evidentemente verso una più comoda rinuncia, esaltano la cancellazione delle identità per aprirci eventualmente a quelle più forti che vengono dall’esterno, magari proprio dai sempre più ingenti flussi migratori. L’individuo occidentale non ha più una gerarchia evidente di idee su cui costruire un’identità definita, tutti i legami forti del passato, in primis quello religioso, sembrano essersi sbriciolati. Per questo il cibo può diventare religione, per questo padre o madre, uomo o donna, diritto o pretesa sono diventate semplici distinzioni lessicali o giochi linguistici di un sistema informativo che esalta la nullificazione dei valori e delle religioni su cui questi si fondavano. Ma senza identità non esiste alcun dialogo su cui costruire una nuova società in grado di assorbire i veloci cambiamenti a cui siamo sottoposti. Speriamo che nella follia occidentale che ha portato allo sbriciolamento delle certezze e allo smarrimento dell’individuo ci sia ancora un barlume di consapevolezza per restituirci la dignità perduta.

Danzare con la vita

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Cado spesso  nel non-senso,

tutto mi sfugge ed io lì ad osservare

senza sapere cosa,

a danzare col pensiero

a sperare l’oltre

per cogliere la dolcezza della vita

nel movimento mistico delle stelle

infinitamente lontane e lucenti.

Le ho da sempre nel cuore

quelle stelle e quella luna,

quella luce solare

che ravviva il mio fuoco interiore

e nessun vento può soffocarlo o placarlo.

Brucio nel suo dolore e nella sua gioia,

la gioia della divinità Assoluta e Solare,

la gioia di fare chiarezza nella mia esistenza,

nel mio incedere a tentoni

senza sapere dove e quando andare.

Immobile

è il mio stato cosciente Assoluto e Divino,

immobile come la volta celeste,

come ciò che sostiene la vita da sempre,

come l’abisso infinito che sta al di sotto di noi

e dentro di noi.

Incute timore guardarsi dentro,

spaventa cadere

dentro l’intrigo del proprio sé,

districarsi dal molteplice

del proprio essere fisico ed esteriore,

rivolgersi all’unità

come inconcepibile immobilità in sé

e tutt’intorno a sé,

senza tempo che la vari o la frammenti.

Unità è l’idea dell’Essere

come divinità suprema,

l’Uno come forma perfetta

di tutto e di tutti,

nell’infinità di vita

che forma e trasforma il reale

plasmandolo nel ricettacolo dei secoli.

*Poesia già pubblicata in due parti QUIQUI .

 

Com-Unione!

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Michelangelo, Cappela Sistina

All’inizio della Quaresima avevo scritto un POST per parlare della dimensione del silenzio e del deserto interiore come luogo privilegiato dell’incontro tra l’uomo e Dio. Perché il silenzio implica, fra le altre cose, la dimensione dell’ascolto. Del resto come si può veramente parlare di Dio? Come si potrebbe mai dare un suono al silenzio, a ciò che è inesprimibile (a parole)? Eppure sono qui a scrivere nel vano tentativo di trasformare le parole in pensieri e i pensieri in immagini e le immagini in vita vissuta…

Ora con l’inizio della Primavera, avvicinandosi a grandi passi il plenilunio che fisserà la domenica di Pasqua (che cade appunto dopo il plenilunio di Primavera), parlerò brevemente della dimensione comunitaria dell’uomo e dello stesso Dio.

In realtà nessun uomo vive da solo e per sé solo, ma ognuno vive in una comunità. E ogni comunità è essenzialmente comunione, quella comunione che i cristiani chiamano eucaristia, ove il “tutto si compie”: c’è Dio che si fa mangiare e l’uomo che è magiato (da Dio)! Se c’è stata una creazione originaria essa deve tendere all’unità, deve cioè comporsi nell’amore. E nell’eucaristia c’è l’atto del mangiare che porta alla piena identità tra chi magia (l’uomo) e chi viene mangiato (Dio). Dio diventa “me stesso” attraverso l’eucaristia e così accade alla stessa creazione che ha il pieno compimento in una “comunione cosmica”! L’uomo che assimila Dio  attira a sè tutte le cose del mondo ed entra in comunione con l’intera creazione. Ecco perché se con l’incarnazione Cristo diventa uomo fra gli uomini, con l’eucaristia Lui diventa noi, individualmente e collettivamente! Diventa (insieme all’umanità) quel corpo vivente che chiamiamo Chiesa, dove si realizza in pieno l’Unità attraverso il mangiare ed essere mangiati, che è possibile solo a Dio e al suo amore infinito. Un Dio che è venuto alla nostra ricerca ben prima che noi uomini ci rivolgessimo a Lui. E ogni giorno è un nuovo giorno, e ogni primavera è una nuova primavera e ogni Pasqua è una nuova risurrezione, un nuovo tentativo di Dio di entrare in comunione con i suoi amati.

*Riferimenti bibliografici: David Maria Turoldo, Neanche Dio può stare solo, Edizioni Piemme.