Estate, il declino della luce

Le stagioni della vita

Oggi alle 12 e 7 minuti il sole raggiungerà il suo culmine, la luce del crepuscolo, dopo il tramonto, sembrerà non finire mai e l’estate scandirà le nostre giornate con la sua forza e il suo calore. Ma la luce, in realtà, inizierà sin da subito a declinare e tramonti sempre più precoci ci metteranno di fronte al cambiamento preparandoci alla nuova stagione. Perché se è vero che non sono più il caldo o il freddo a definire le stagioni, è altrettanto vero che la luce le segna inesorabilmente.

Questo ciclo è la nostra stessa vita, nel singolo la pienezza dell’estate è la forza e la saggezza della raggiunta maturità; ma l’umanità ugualmente è in cammino, verso che cosa? Quali stagioni segnano la contemporaneità? Siamo nati ieri geologicamente parlando, ma come coscienze racchiudiamo l’universo intero e non basta…

Come singolo, goccia in caduta libera verso la Terra, sono anch’io nel pieno dell’estate, vivo in me il declino della luce, anche se i segni sono ancora frutti maturi da gustare che tengono lontani i rigori dell’inverno e l’ombra, che i precoci tramonti allungheranno presto sulla mia vita.

Ma nel contesto più ampio dell’umanità e della sua storia plurimillenaria, che senso ha parlare di luci e di ombre, di stagioni presenti e passate, di ingiustizie o gioie o paure? La vita si ricompone sempre e chiude il cerchio. L’umanità non dice IO, avanza nella storia macinando vite come fuscelli strappati dal vento e avanza prendendo coscienza di sé stessa.

Quindi io, aspetto il mio destino invocando il diritto di esistere e continuare ad esserci, attraversando ogni stagione della vita; e di questo ciclo continuerò a far parte insieme al flusso dell’umanità intera… niente andrà perduto se la Luce segnerà i nostri nomi, come tracce indelebili in un cammino che si realizza solo nell’Amore verso tutto e tutti, chiamandoci per nome e tenendoci per mano.

E quando l’ombra coprirà il mio cammino, ti prego, non lasciarmi solo!

Teoria dei livelli


L’articolo che segue mi è stato inviato dall’amico Stefano Tonnarelli e lo pubblico volentieri sperando che possa suscitare riflessioni e approfondimenti. L’ho collocato nella categoria “Filosofia e religione” perché secondo me affronta il grande tema del dubbio socratico sintetizzabile nel motto “So di non sapere”! Socrate era saggio appunto perchè SAPEVA di non sapere, questo era il nucleo interiore della sapienza, mentre chi non ne era consapevole si collocava nell’ignoranza. Forse è proprio questa la “consapevolezza dei propri limiti” di cui parla Stefano. Una consapevolezza a cui si riferisce anche Sant’Agostino in De vera religione, 39, 73: «Se non ti è chiaro quel che dico e dubiti che sia vero, guarda almeno se non dubiti di dubitarne; e, se sei certo di dubitare, cerca il motivo per cui sei certo. In questo caso senz’altro non ti si presenterà la luce di questo sole, ma la luce vera che illumina ogni uomo che viene in questo mondo» (cit. da Giovanni, I, 9).

Teoria dei livelli

di Stefano Tonnarelli

Secondo me, nella definizione e nella narrazione dei fatti che accadono o delle realtà che ci circondano ognuno si colloca su un livello di interpretazione che dipende:

  1. Dalla quantità di informazioni che ognuno possiede. Sintetizzato in Conoscenza.
  2. Dalla capacità di discernimento, caratteristica e diversa per ognuno, di non sapere costituita dalla razionalità più dalla capacità intuitiva,(lobo destro più lobo sinistro, parte maschile più parte femminile). Sintetizzato in Coscienza.

Le due caratteristiche fuse insieme si possono sintetizzare nel termine Consapevolezza.

In una scala infinita di livelli che parte dalla menzogna assoluta ed arriva alla verità assoluta ognuno si colloca nel livello che più gli appartiene e generalmente, per mancanza di umiltà, combatte, spesso dialetticamente, ma a volte purtroppo non solo, l’interpretazione di chi ha una opinione che appartiene ad un livello diverso dal suo. Mentre è facile riscontrare che, anche nell’arco della propria vita, a causa delle variazioni che si hanno nei livelli di conoscenza e di coscienza, si cambia spesso opinione e ci si colloca, quindi, ad un diverso livello di interpretazione della verità.

E’ facile riscontrare che non esiste un livello zero (menzogna assoluta) in quanto ognuno ha almeno un livello minimo di conoscenze e di coscienza. Quindi è impossibile narrare delle falsità assolute anche da parte di chi possiede un alto livello di Consapevolezza. Così come è facile ipotizzare che nessuno abbia accesso alla verità assoluta in quanto presupporrebbe delle prerogative “divine”.

Quindi è evidente che ognuno si posiziona su un livello intermedio tra lo zero e l’infinito ed, all’interno di questi, ognuno gioca il suo ruolo. Che sia in una discussione amichevole, che sia in un dibattito politico, che sia nell’informazione giornalistica, che sia negli insegnamenti scolastici, eccetera.

E’ altrettanto logico che chi occupa un livello superiore ed è quindi più vicino alla verità assoluta è in grado di condizionare chi appartiene ad un livello inferiore in quanto ha una visione più ampia. Se poi questo individuo è motivato da obiettivi positivi ed altruistici, di fatto diventa un maestro per i soggetti che occupano livelli inferiori ed aiuta questi ad evolvere verso livelli di interpretazione più vicini alla verità. Al contrario chi è spinto da motivazioni egoistiche diventa di fatto un manipolatore che tende a bloccare o, addirittura, a far regredire l’evoluzione degli individui appartenenti ad un livello inferiore di Consapevolezza.

Le relazioni umane sarebbero enormemente più semplici e costruttive se ognuno avesse per lo meno la Consapevolezza dei propri limiti e se si rendesse conto che il suo livello interpretativo della realtà potrebbe non essere collocato al vertice (perché poi effettivamente non lo è mai). Questo instillerebbe in ognuno il grande vantaggio del Dubbio, che è un fattore evolutivo tra i più importanti, ed in gran parte toglierebbe potere ai manipolatori.

Come un pugno di sabbia

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Irrequieto sto aspettando

l’impossibile evento

che dia senso alla mia vita.

Tanto tempo è passato

calma piatta

senza un soffio di vento

che mi spinga lontano

verso lidi sconosciuti

per incontrare qualcuno

di cui ho bisogno

ogni istante di più

perché complemento di ciò che sono:

un essere incompleto

senza senso in sé stesso.

Non si può gettar via

il meglio della tua vita

rimanendo indifferenti

al tempo che ti sfugge

come sabbia in un pugno

destinata a cadere

in un deserto polveroso

dove tutto è uguale e desolante.

Se questo deve accadere

allora apriti mano

e un vento impetuoso

spinga la sabbia lontano

ogni granello rivenga

presto assorbito dal Tutto

e i ricordi passati

bruciati dal sole.

Altrimenti fai presto

non tardare più ad arrivare

stringi il mio pugno

in faccia al vento che soffia:

passeremo indenni

arriveremo lontano

impedendo alle nostre vite

di sfuggirci di mano.

Siamo esseri incompleti alla ricerca dell’Amore, un amore che dia senso al Tutto di cui siamo parte e che fermi il tempo che ci travolge dilaniandoci. Ho trovato in mia moglie la persona che sta percorrendo insieme a me la strada che ci è stata donata. Ma l’amore deve essere colmato dall’Amore, quel Tu originario che ha dato origine alla vita. Affinché nulla ci separi e il tempo si riassorba in un istante mettendo fine ad ogni dolore e irrequietezza: perché solo questo e nullaltro può essere l’unico senso di ogni storia umana.

La cura

Ascoltavo e riascoltavo come un mantra questa canzone quando ero in ospedale ad accudire mia nonna gravemente malata. Erano i primi di maggio del 1998 e la prognosi era senza speranza: un vasto ictus emorragico. Eppure nonostante la gravità della situazione piano piano si riprese e riacquistò buona parte della sua lucidità accompagnandomi fino al mese di dicembre del 1998. E in questi ultimi mesi riuscì a farmi molti altri doni.
Far entrare in sé stessi la musica, le parole i sentimenti e le emozioni che essa comunica e come un ponte trasmetterne le vibrazioni a chi ti sta accanto e al mondo intero di cui facciamo parte. Lenire, curare, sollevare da tutte le malinconie… la cura è un dono, un dono che ognuno di noi vorrebbe avere per proteggere le persone che amiamo e dare un senso ad ogni non-senso, senza più paure ad oscurarci l’animo. Un dono che la musica, come l’arte in ogni sua forma, come la preghiera che nasce dal profondo, – tutte esperienze caratterizzate dalla purezza e dalla spontaneità – può aiutarci a ridare speranza alla nostra vita.

CLICCA QUI per ascoltare LA CURA

Franco Battiato

LA CURA

Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie, dai turbamenti che oggi incontrerai per la tua via.

Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo, dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai.

Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore, dalle ossessioni delle tue manie.

Supererò le correnti gravitazionali, lo spazio e la luce per non farti invecchiare. E guarirai da tutte le malattie, perché sei un essere speciale, ed io, avrò cura di te.

Vagavo per i campi del Tennessee (come vi ero arrivato, chissà).

Non hai fiori bianchi per me ?

Più veloci di aquile i miei sogni attraversano il mare.

Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza, percorrendo assieme le vie che portano all’essenza.

Profumi d’amore inebrieranno i nostri corpi, la bonaccia d’agosto non calmerà i nostri sensi.

Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto. Conosco le leggi del mondo e te ne farò dono.

Supererò le correnti gravitazionali, lo spazio e la luce per non farti invecchiare. Ti salverò da ogni malinconia, perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te… io sì, che avrò cura di te.

Santa Caterina da Siena

Il 29 aprile 1380 all’età di soli 33 anni moriva Santa Caterina da Siena, patrona d’Italia e d’Europa. Aveva gli stessi anni di Cristo, quel Cristo da cui il 1 d’Aprile 1375 aveva ricevuto le stimmate <<…vidi scendere in me cinque raggi sanguigni che s’indirizzavano alle mani, ai piedi ed al cuore… E tanto è il dolore che sensibilmente patisco in tutti e cinque i luoghi, ma specialmente attorno al cuore, che se il Signore non mi farà un nuovo miracolo, non mi par possibile che la vita del mio corpo possa stare con tanta doglia…>>. Una settimana dopo le stimmate si trasformarono in segni invisibili che invece di affliggerla fortificavano il suo corpo.

Santa Caterina è la prima donna assieme a Santa Teresa d’Avila ad essere dichiarata “Dottore della Chiesa Universale”, eppure essa era semianalfabeta, imparò a leggere da sola e sapeva scrivere poco.

Quando ero bambino mia nonna, una donna semplice che aveva fatto solo la terza elementare, aveva una preghiera mal scritta, piena di errori e quasi illeggibile, la “Santa Caterina” diceva lei, che recitava nei momenti difficili. Entrava in una specie di trance, recitava come una salmodia e poi diceva “andrà tutto bene” oppure “si è impuntata ma non ti preoccupare…”. Insomma riusciva a leggere il presente affacciandosi sull’attimo successivo, quello che siamo soliti definire futuro ma che in realtà è lì, davanti a noi avvolto dalle nebbie del tempo.

Quel non sapere, di mia nonna, di Santa Caterina, sostenuto da una fede pura e incrollabile che gli permetteva di vedere oltre… quanto vorrei che fosse ancora qui a sostenermi, io che sono così fragile, che ho una fede fatta di parole, aria, nulla più che un soffio di vento.

Ricordare Santa Caterina, questa fine teologa senza istruzione alcuna, ma anche una politica fervente pronta a difendere la causa della Giustizia in nome della Verità che gli stava davanti, mi fa sentire ancora la presenza “viva” di mia nonna Aquilina. Anche lei era decisa e determinata nel difendere e rassicurare chi gli stava accanto.

E la santa che tanto s’impegnò per portare la pace e assistere i poveri e gli ammalati, speriamo che possa aiutarci ancora oggi a colmare le ingiustizie che devastano il nostro martoriato mondo.

Avanti e indietro: storia di un’involuzione interiore (ottava parte)

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Nella settima parte (che potete leggere CLICCANDO QUI), avevamo parlato della teoria dell’evoluzione contestando le modalità con cui era stata presentata in una trasmissione televisiva, un esempio di visione unilaterale della realtà così come spesso e volentieri ci viene mostrata dai media. Al vertice di questa pseudo realtà c’è sempre una bellissima narrazione e non ci sarebbe niente di male ad essere sognatori, se non fosse che in questo caso noi siamo i protagonisti di una storia scritta da altri per finalità non meglio precisate! A CHI credere e in COSA credere?  Difficile rispondere, nelle brevi riflessioni  che seguono non faccio che evidenziare gli slogan della narrazione odierna e ognuno potrà sperimentare su sé stesso quanta presa essi abbiano nel nostro pensare. Magari ci scopriremo lettori, riuscendo almeno in parte a vedere le cose con distacco, a capire dove finisce la narrazione e dove inizia la vita reale. A questo punto non ci resterà che chiudere il libro: nel mio caso l’in-voluzione interiore ha portato i suoi frutti! Guardarsi dentro porta a scoprire un’intimità che è Mistero a noi stessi! Il Mistero è la prima scoperta, ciò che apre alla speranza. Allo stesso tempo Esso lascia la porta aperta alla Verità, rende possibile il confronto con una realtà oggettiva oltre la narrazione posticcia in cui viviamo. Non so se ci saranno altre puntate di questa mia in-voluzione interiore, magari proverò a riordinare quanto già scritto cercando fra le righe ulteriori approfondimenti…

 

Come sarebbe impossibile per dei genitori pensare di gettare a mare un figlio perché “non ce lo possiamo permettere”, così i tanti cittadini delle nostre martoriate democrazie dovrebbero almeno farsi scrupolo di indagare, mettere in dubbio i tanti mantra sciamanici che ci propinano quotidianamente: è colpa della casta, la cricca, il debito pubblico, i dipendenti pubblici improduttivi, bisogna sanare le inefficienze, privatizzare quello che non funziona…. E’ un attacco costante allo Stato (e quindi a tutti noi che ne siamo parte), con la partecipazione ORDINARIA delle istituzioni nazionali e internazionali (nel nostro caso EUROpee): siamo nell’epoca dei tecnici, che di fatto fanno politica, spesso senza neanche la legittimazione del voto, bypassando qualsiasi norma costituzionale a favore della contabilità: il “diritto al lavoro” è sostituito dal “pareggio di bilancio” e dai necessari (per chi?) tagli alla spesa (posti di dipendenti pubblici inclusi)! Si potrebbe continuare a lungo  e ci sono persone che attraverso libri o blog sono riusciti a dare un quadro completo ed esauriente del perché e del percome ci stanno facendo questo, ma il problema di fondo resta comunque quello della “storia che si ripete”: nella lotta fra il bene e il male, che relativamente alla razza umana altro non è che storia di interessi contrapposti, nel medio-lungo periodo perdono tutti, o almeno c’è un’alta probabilità che tutto vada allo sfascio (vedi guerre mondiali recenti o l’attuale escalation sulla Siria) eppure è nella loro (nostra) natura l’autodistruzione e la rinascita, è inutile pensare che in fondo io non centro, noi non centriamo perché siamo diversi da quelli che ci manipolano e quindi bla, bla, bla… Se un’evoluzione dev’esserci essa si concretizza sempre e solo nella collettività, in quella coscienza collettiva che è formativa di una visione d’insieme, di un’epoca, un modo di vedere, un essere coscienti di…. Ci sono certamente incrinature nel sistema, aperture verso altro, oltre l’uniformità dei modi di vedere e pensare, ma molto distanti non possiamo andare finché a remare contro la corrente dell’attualità non ci imponiamo in massa. In questo quadro si inserisce anche il concetto scientifico di “evoluzione”, così come venne proposta nella trasmissione sopracitata: un adattamento all’ambiente attraverso la vittoria del più forte, cioè di chi è evolutivamente superiore. Non c’è morale e la giustizia diventa la pura constatazione che se la natura è matrigna, Dio e in ultima analisi lo stesso uomo, altro non sono che espressioni di essa, all’interno della storia umana il più forte impone il giusto adattamento all’ambiente a chi gli è sottomesso e il più forte è sempre chi riesce a manipolare-costruire una verità socialmente e umanamente accettabile alla collettività, un vero e proprio pensiero magico-religioso a cui ci adeguiamo, volenti o nolenti, perché è quasi impossibile remare contro la corrente della collettività!

Ancora una volta… in attesa del plenilunio di Primavera!

Scusate se questo mese per la seconda volta mi ripeto (del resto non sono ne mai sarò un Paganini!) con un post già pubblicato (l’11 aprile 2017), ma le riflessioni del passato mi sembrano ancora attuali e degne di approfondimento. In realtà ho apportato alcune modifiche e integrazioni e aggiungerò fin da subito una canzone di Branduardi che giustamente mi era stata segnalata nei commenti dall’amica blogger Perseide come potete vedere leggendo L’ARTICOLO ORIGINALE. Ecco dunque il link della canzone STATE BUONI SE POTETE ottimo preludio al post che segue…

iL 31 marzo ci sarà il plenilunio di primavera che come ogni anno, da millenni, fissa la data della Pasqua. Ci troviamo ancora per poco nel silenzio-deserto della Quaresima che terminerà il giovedì santo, proviamo quindi a riflettere sul senso della vita dell’uomo in attesa della risposta della Pasqua! Lo spunto ci arriva dal libro del Qoelet che inizia così:

“Vanità delle vanità, tutto è vanità. Che senso ha tutta la fatica dell’uomo sulla Terra?” (Qo 1, 2-3).

Primo appunto: la risposta (“…tutto è vanità”) è preceduta dalla domanda (“che senso ha la fatica dell’uomo…”). La domanda riguarda direttamente noi uomini, alla ricerca di un senso che giustifichi la fatica di vivere! Ma se la risposta del Qoelet è “tutto è vanità” non sembra esserci un bene sulla terra che dia un senso alla fatica di vivere. Il mondo e la natura – il Tutto – si muove ma al contempo resta uguale a se stesso, invece l’affannarsi dell’uomo (“il suo cuore non riposa nemmeno di notte”) è un girare su se stesso (Qo 2,29). Il mondo nuovo che continuamente ci affanniamo a costruire, i progressi della scienza e della tecnologia, tutto sfugge continuamente dalle nostre mani in un continuo fare e disfare.

Il problema centrale della vita dell’uomo è la morte: sempre ci sarà il limite della morte, l’occhio dell’uomo continuerà a non saziarsi di vedere e l’orecchio di ascoltare (Qo 1,8b) e alla ricerca dell’uomo continuerà a sfuggire il senso dell’insieme (Qo 3,11). La vanità umana è tale proprio perché urta contro il limite invalicabile della morte, che colpisce ogni uomo, ne annulla lo sforzo e gli sottrae tutte quelle realizzazioni che faticosamente si è costruito! Ogni sforzo è vanificato, ogni virtù decade, tutti gli uomini sono accomunati da tale misera sorte: “Dio agisce così perché l’uomo abbia timore di Lui “ (Qo 3,4). Qui il “timore di Dio” è correlato alla consapevolezza dei propri limiti, ma apre anche alla speranza religiosa, che si rivolge ad un Dio in grado di creare e donare la vita.

In questo gioco di dolore e speranza si inserisce la figura di Gesù che proprio in risposta alla morte come limite fa incredibilmente coincidere il “Crocifisso” con il “Risorto”, due facce di un Dio in grado di donare e portare in sé la scintilla di verità su cui si regge il mondo e la vita: l’Amore.

Nella morte in croce c’è una rivelazione totale del Padre da parte di Gesù. Totale perché quest’obbedienza alla volontà di Dio Padre raggiunge il culmine e rende trasparente a noi uomini il contenuto rivelato: l’essere Figlio è totale obbedienza tanto come l’essere Padre è totale ricezione e amore!! Identità di volere e di natura, piena libertà che si realizza nel motore trinitario, in un amore che costituisce la relazionalità personale, che quindi non è fine a sé stesso come il “motore immobile” aristotelico. Qui c’è anche la presenza di un evento originario che assume su di sé il peccato di tutti gli uomini (la morte) per trasformarlo in un riscatto d’amore gratuito e totale.

Un principio che si impone andando oltre ogni fede e opinione umana, oltre l’affannarsi per fare e disfare, oltre la falsità e l’odio, la paura e il dolore…

Riferimenti bibliografici e approfondimenti: Rinaldo Fabris e collaboratori, Introduzione generale alla Bibbia, ELLEDICI

San Patrizio: il trifoglio immagine della Trinità

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croce celtica

Ripubblico sotto il post su San Patrizio, la sua importanza potrebbe essere dovuta all’attenzione e al rispetto verso la cultura celtica, che è il motivo per cui il santo riuscì a portare gli irlandesi verso la religione cristiana. San Patrizio aggiunse una croce greca a quella celtica allungandone un braccio: il sole unito alla terra fondendo così l’elemento divino e quello umano.  Nella speranza che i cambiamenti avvengano in una logica spirituale evolutiva e non solo come frutto di potere umano con finalità utilitaristiche. Una sapiente fusione con le tradizioni cristiane in nome della continuità della storia verso un cammino evolutivo guidato dal bene.

Post del 17 marzo 2017

Oggi, 17 marzo, è la festa di San Patrizio il patrono d’Irlanda. Esso arrivò in Irlanda nel 432 d.C. e nel giro di pochi anni riuscì a convertire al cristianesimo gli irlandesi portando rapidamente alla scomparsa l’antica religione dei druidi. In realtà il druidismo si fuse con la nuova religione e gli elementi culturali di matrice cristiana si arricchirono dello spiritualismo celtico e dei suoi simboli, uno su tutti la croce celtica. Quello che è certo è che in Irlanda la nuova fede ebbe effetti profondi, infatti il cristianesimo riuscì a resistere nei monasteri irlandesi anche quando in Europa durante il Medioevo le invasioni barbariche mettevano a dura prova l’esistenza della cultura e la fede cristiana.

trifoglio

Si dice che San Patrizio usò il trifoglio come icona della Trinità: con i suoi tre lembi rappresenta il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, ma anche le tre virtù teologali della Fede, dell’Amore e della Speranza!

San Patrizio riuscì così ad avvicinare al mistero della Trinità il popolo irandese. Nel cristianesimo ciò che nelle antiche religioni era esoterico, cioè nascosto e riservato a pochi, si manifesta attraverso la Rivelazione nella dimensione trascendente ( è Dio che con la Grazia viene incontro all’uomo), ma entra nella storia attraverso Gesù. Nella storia del mondo la Trinità rappresenta la naturale evoluzione verso l’alto. Se l’evoluzione è un movimento e un processo di crescita che parte dal basso, nell’uomo tale crescita diviene cosciente di sé stessa e in modo dinamico si orienta verso Dio. E l’uomo di fronte al mistero riceve la grazia attraverso cui incontra Dio che è in sé stesso, da tutta l’eternità, trinitario. Caratteristica dell’uomo è quindi l’apertura al trascendente, la dimensione dell’incontro con Dio, Esso stesso uno e in relazione: come una foglia di trifoglio dove la fede, la speranza e l’amore si uniscono senza distinzione!

Manto soffice

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Ancora sulla Speranza, poche parole, forse banali. Nella poesia sotto uno stato d’animo, di sconforto a volte, ma anche di luce…

Due essenzialmente sono i segni che ci permettono  di aprirci alla Speranza: il primo riguarda la dignità umana, essa va perseguita costantemente nella società attraverso il riconoscimento della libertà (in ogni sua forma) insieme alla promozione di ognuno. Il secondo segno è la giustizia senza la quale non si può parlare di equità o dignità umana.Sappiamo bene quanto l’uomo nella storia abbia negato questi principi, pur avendoli teorizzati e in modo spesso marginale concretizzati in delle forme di governo.

Ma essi sono presenti nella coscienza dell’umanità e possono trovare una sintesi teologica nella Rivelazione dell’amore di Dio da cui discendono tutte le altre forme di amore. E attraverso l’Amore il creato, la storia e la stessa umanità devono trovare compimento. Perciò è neccessario per i credenti lasciarsi guidare dalla fede, vivere il presente con lo sguardo rivolto al futuro impegnandosi concretamente nella realizzazione di questi principi nella vita reale e nella società, opponendosi con fermezza ai modelli distorti di falsa giustizia che  negano appunto lavoro e vita dignitosa alle persone, ristorati nei momenti di sconforto da un rifugio interiore, dove c’è posto per tutti e dove tutti possono entrare per condividere l’esigenza di giustizia e dignità…

Giornata cupa questa.

Un vento freddo e pungente mi fa rabbrividire.

All’improvviso inizia a piovere,

sembra quasi neve

acqua gelida destinata a trasmettere

sensazioni di morte.

E’ così che ci sentiamo

quando siamo soli

e manca la speranza.

Ma anche la neve può portare la vita,

trasformandosi in un manto caldo e soffice

che protegge i germogli

e li tiene al sicuro.

Forse anche per noi c’è un caldo rifugio.

Certo a volte c’è tempesta

e il freddo prevale…

Continuiamo a sperare

affinché ognuno possa trovare trovare

un caldo rifugio.

 

Avanti e indietro: storia di un’involuzione interiore (settima parte)

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L’EVOluzione 

Come promesso alla fine della SESTA PARTE di questa serie di post autobiografici e auto-sociografici, pubblico sotto una lettera che inviai nel lontano 2009 alla trasmissione “Lestoria” di rai tre. Il tema di quella trasmissione, come vedrete leggendo la mia lettera, era la teoria dell’evoluzione. L’impostazione del programma mi era sembrata eccessivamente “di parte” e come tutte le classificazioni che dividono la realtà in bianco e nero lasciando fuori dallo spettro visivo la bellezza cromatica della creazione, lasciava lo spettatore attento infastidito o perlomeno deluso. Fatto sta che per me fu irrefrenabile la necessità di riequilibrare questa visione così di parte. Ma non servì allora come non servirebbe oggi: i media sono pieni di persone “di fede”, essi sanno ciò che è giusto e ciò che è sbagliato e  la “narrazione” riscrive puntualmente le nostre vite indipendentemente dalla realtà in cui viviamo: essa come in uno specchio deforme viene continuamente ignorata, ma incredibilmente la maggioranza di noi continua a non voler girare lo sguardo per provare a vedere oltre…

Riprendo proprio dalla fine della sesta parte:

… In linea con questo paradigma dell’essere uomo onnipotente che tutto spiega e tutto ingloba in un orizzonte razionale e antropocentrico, per meglio far capire il mio pensiero allego di seguito una lettera che inviai anni fa, nel maggio del 2009 alla trasmissione “Lestorie” di rai tre, condotta da un uomo dell’immagine e del sapere-immagine dei nostri tempi: Corrado Augias!

Lestorie” di Rai3

 Egregio dottor Augias,

l’interesse  che suscitano gli argomenti da lei affrontati nella trasmissione “Lestorie”, mi ha spinto a scriverle, per sottoporle alcune brevi riflessioni su una questione che lei ha approfondito in più occasioni. Premetto che sono un insegnante di religione della scuola primaria, ma non è mia intenzione far prevalere un’interpretazione “di parte” , quanto piuttosto mettere in evidenza una “problematica metodologica”, che non vuole cioè fornire risposte definitive, ma cercare di stabilire le linee d’analisi  e gli strumenti di lettura che più convengono alla tematica esposta.

Vengo al dunque…

E’ giusto indagare l’origine della vita da un punto di vista esclusivamente scientifico, in particolare “evolutivo”?

Non metto in dubbio la validità di tali teorie e di conseguenza delle risposte ad esse collegate, ma voglio evidenziare che esistono altre prospettive, ugualmente importanti, in grado di ampliare ed integrare la visione sulla questione. Nella trasmissione del 28 aprile si è detto che è errato affermare che la monogamia sia più naturale della poligamia, o ancora che l’eterosessualità sia più naturale dell’omosessualità, in quanto la natura ci dimostra esattamente il contrario. Ma si è anche detto che manifestazioni prettamente umane quali la “religione”, siano sublimazioni dei nostri istinti, cioè abbiano esclusivamente un ruolo compensatorio di manifestazioni naturali represse dal genere umano. Secondo questa interpretazione la religione non può essere considerata come una categoria conoscitiva della realtà, cioè un ulteriore prospettiva con cui l’uomo indaga sull’esistenza (in tutte le sue manifestazioni umane e naturali che dir si voglia). Penso che se concepiamo la realtà come un prodotto dell’evoluzione, allora anche i principi logici, morali e religiosi, di cui l’individuo è dotato sin dall’inizio della sua vita, sono stati acquisiti dalla specie umana progressivamente nella lotta per l’esistenza e favoriscono quindi i comportamenti conoscitivi e pratici che sono più adatti alle sollecitazioni dell’ambiente (cioè della natura).

Il problema è che l’esistenza, ridotta a potenzialità evolutive e a processi psichici/fisiologici, è un esserci senza sapere di esistere. Mi sembra però altrettanto evidente che ciò non riguarda l’essere umano, che è cosciente di sé e in quanto tale capace di distinguersi da “altro”. Affermare l’esistenza di una sovrastruttura, una coscienza collettiva formata dalle singole coscienze individuali (non esclusivamente umane) è davvero più paradossale delle risposte relativistiche e oserei dire in alcuni casi semplicistiche della scienza intesa come unico strumento razionale a disposizione dell’uomo? Per definizione la scienza adotta un metodo empirico, ritagliando porzioni di realtà da sottoporre ad indagine. Non c’è mai un approccio al “tutto”, in quanto non è possibile sottoporre la realtà nella sua totalità e varietà di manifestazioni ad un’indagine empirica. E comunque la somma di molteplici risposte parziali è ben altra cosa da un sapere univoco sull’essenza della realtà e dell’uomo. Anche la teoria evolutiva ha dei “buchi” che ci lasciano ben lontani dalla “certezza”! Non è mia intenzione negare la validità di tale teoria sul piano scientifico, ma voglio semplicemente evidenziare che possiamo chiamare “verità” (ciò che è indipendente dal pensiero che la pensa, è al di fuori di noi) solo lo sfondo su cui la realtà si costituisce, e la “certezza” (non è la realtà in se stessa, ma ciò che pensiamo) è tale se c’è una corrispondenza effettiva e completa con la verità. Ripeto: il vaglio della scienza, nel sottoporre a verifica i variegati aspetti della realtà, ha comunque un “gap” nei confronti della verità come prospettiva onnicomprensiva, sfondo totalitario dell’essere. Si obietterà che questi sono discorsi filosofici, che non hanno molto in comune con il rigore scientifico e con l’evidenza che quest’ultimo è in grado di fornirci. Rispondo che alla base di questa evidenza c’è il soggetto che conosce, utilizzando certo dei criteri di ipotesi e verifica che rendono il sapere comunicabile. Ma tutto ciò è possibile a condizione che chi conosce sia effettivamente aperto in modo incondizionato alla verità e sia al contempo consapevole di esserci al di là di ogni ragionevole dubbio (il cogito cartesiano). L’individuo in ogni istante della sua vita, in modo “inconsapevole”( intendo qui non soggetto a riflessione, implicito),  o attraverso un esercizio consapevole e razionale di ricerca (frutto di una dimostrazione, esplicito), sa di esistere e questo è un sapere che certifica non solo l’esistenza in generale, ma soprattutto la mia esistenza individuale.

In una prospettiva storica\naturalistica\scientifica, la nostra vita è già finita nel momento in cui iniziamo ad esistere (siamo un nulla nel percorso plurimillenario della vita e dell’evoluzione). Eppure è innegabile il paradosso, la presunzione di sapere di esserci, una consapevolezza che deve essere collegata oltre l’orizzonte temporale che mi costituisce. “Oltre” in quanto non soggetto al divenire, un punto immutabile, meta evento che coordina l’esperienza, facendo nascere prodotti prettamente umani (e a mio avviso anch’essi “naturali”), quali la scienza, la storia, la religione, la società…  Anche in Kant l’intelletto produce la legislazione per la quale debbono adeguarsi tutti i dati dell’esperienza (la natura), in cui tutti i dati sono inseriti in una concatenazione necessaria che esclude ogni libertà.

Ma vi è una legislazione “pratica” della ragione per la quale l’uomo deve credere in un mondo che è guidato verso uno scopo dalla libertà dell’uomo. Ciò vuol dire che la natura è si conforme alla legislazione dell’intelletto, ma deve anche essere pensata come qualcosa che rende possibile la realizzazione degli scopi che in essa devono essere realizzati secondo la legge morale. Questo “pensiero” non è una “conoscenza”, ma è una prospettiva soggettiva e tuttavia “universale”, in quanto costituisce il mondo della libertà e dei fini. Qui la ragione implica una “fede”, perché tali principi non si possono definire in termini di “conoscenza”, come detto sopra. Non è possibile oltrepassare i limiti dell’esperienza, questo ci porterebbe a dei dogmi. E’ la nostra volontà a sentire come esigenza l’esistenza di Dio, della libertà, di un’esistenza infinita…  La religione, secondo Kant, non è considerata dal punto di vista dogmatico, ma è il riconoscimento del “mistero” del mondo e anche attraverso il progresso scientifico, si può arrivare alla consapevolezza dell’insuperabilità di tale mistero che rimane comunque una necessità della ragione umana. Concludo affermando che non ha senso spiegare la vita attraverso teorie e principi esclusivamente scientifici e limitarsi ad affermare che sia originata da un processo evolutivo, in quanto quest’affermazione mi sembra esulare dal metodo empirico costitutivo della scienza stessa.  Non possiamo cioè limitarci a dire che la vita è frutto di un processo evolutivo, come se l’evoluzione fosse un’entità a sé stante, un sostituto del divino prodotto da un eccesso di laicismo, diventando così il “dogma” frutto di una nuova religione ( spesso ne fanno parte gli atei più convinti, che i cosiddetti credenti dovrebbero invidiare per la solidità con cui sostengono le  loro incontrovertibili certezze). Oggi la scienza sa di non enunciare verità incontrovertibili e sa di procedere da ipotesi.  E’ giusto quindi indagare la vita attraverso le teorie scientifiche ed evolutive, lasciando però le risposte ultime in sospeso, fenomeni rilevanti dell’essenza umana e naturale, comprensibili solo attraverso molteplici prospettive e una consapevolezza critica che ci aiuti a superare i pregiudizi. Solo lasciando sempre aperta la porta alla verità, l’uomo si rinnova (Agostino dice appunto che “la verità ci rinnova”).

Mi scusi per la prolissità e la scarsa chiarezza con cui ho cercato di esprimerle il mio punto di vista. La ringrazio ancora per la professionalità con cui prepara le sue trasmissioni, sempre fonte di stimolo e di conoscenza.

Cordiali saluti

Nicolini Roberto

 

Che dire?

Chiaramente non ottenni nessuna risposta, chissà almeno se qualche caporedattore la lesse… il tema, se non si è capito dalle contorte riflessioni sopradette, era una critica alla teoria darwiniana dell’evoluzione, presentata  in una trasmissione de “Lestorie” come onnicomprensiva e razionale, quando secondo me è prevalentemente frutto di prese di posizione aprioristiche e irrazionali, visti i molti buchi e le enormi lacune che lascia tuttora irrisolte. Ma il significato di queste posizioni-imposizioni, mediatiche oltre che pseudoscientifiche quale sarebbe? Qual è il fine di iniettare nella coscienza collettiva una marea di opinioni senza mai scendere nel dettaglio delle soluzioni proposte? Nella realtà complessa servirebbero dei binari per decodificare i dati-messaggi che ci attraversano e pilotano le nostre scelte, invece ci lasciano in balia delle opinioni dettate dalle esigenze del momento! Va bene tutto, basta non entrare mai nel merito dei problemi che affliggono la nostra pseudosocietà! Da oltre un ventennio è un fatto che la cultura (?) mass-mediatica spinga a suon di slogan l’opinione pubblica a considerare problemi e soluzioni che nel migliore dei casi equivalgono a regressioni di decenni ad un livello giuridico pre-costituzionale: invece di mettere i diritti fondamentali al centro del mandato politico di chi assume la guida dello Stato, si mettono principi di tipo “contabile” e a suon di “non ce lo possiamo permettere” stanno cancellando TUTTO: sistema scolastico pubblico, sanità, welfare, pensioni, BUON SENSO!!!!…..

Continua…