L’uomo-scorpione simbolo dell’irrazionalità umana!

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Ho deciso di ripubblicare questo mio vecchio post (dove potete leggere un commento di Lorenzo), perché la morale di questa antica favola fa emergere con forza – di fronte alle ingiustizie e ai mali del mondo – la domanda: Perché lo fanno? Una domanda che sembrerebbe implicare una distinzione tra ESSI, coloro nei quali domina l’irrazionale e NOI, i quali come fa la rana ricerchiamo un senso alle nostre azioni e ci aggrappiamo alla vita! Una distinzione troppo netta dato che questo dualismo è presente dentro ognuno con equilibri più o meno precari. E come provo a spiegare nella parte finale del post, anche nella scelta della rana di affidarsi c’è dell’irrazionalità, ma di natura diversa perché si ancora alla speranza, alla logica della reciprocità che caratterizza l’amore. Ma vi lascio al post…

Un’antica favola persiana intitolata “Lo scorpione e la tartaruga” o la versione attribuita ad Esopo, anche se non ci sono prove certe in merito, chiamata “La rana e lo scorpione” racchiude in sé uno dei misteri che caratterizza l’essenza della natura umana: la capacità di agire in modo irrazionale, causando coscientemente danno a sé stessi e agli altri!

Una rana stava tranquillamente sguazzando in un fiume quando gli si avvicinò uno scorpione.   Devo passare dall’altra parte – disse – ma io non so nuotare e non so come fare, se provo affogherò. Tu potresti darmi un passaggio sul tuo dorso? La rana dubbiosa rispose: – Se io ti lascio salire sul mio dorso tu mi pungerai.  Ma lo scorpione rassicurò la rana: – Non ti preoccupare, perché dovrei farlo? Se ti pungessi affogherei anch’io perché entrambi andremmo a fondo. La rana rassicurata fece salire lo scorpione sul suo dorso. Quando arrivarono al centro del fiume lo scorpione punse la rana, che stupita da tale gesto trovò la forza di chiedergli: – Ma perché l’hai fatto? Moriremo entrambi! Lo scorpione rispose: – Non ho potuto farne a meno, è nella mia natura!

Guardando alla storia recente o passata possiamo trovare innumerevoli  esempi in cui l’uomo dà il peggio di sé provocando guerre, morti e sofferenze a non finire. L’intelligenza umana è stata in grado – più di ogni altra forza della natura –  di trasformare il mondo e plasmarlo per i suoi fini. Questo non sarebbe un problema se i fini dell’uomo fossero compatibili con la vita di cui l’uomo stesso è parte. Il problema nasce nel momento in cui ci si accorge che la vita, il benessere e l’amore è secondario all’interno della nostra specie, prioritaria è invece la sete assoluta di potere e di dominio che alcuni individui esercitano in modo totalmente irrazionale su tutto e su tutti, comportandosi né più né meno come lo scorpione della favola. Sentiamo spesso citare in televisione una famosa frase di Einstein, che affermava che quando le api spariranno dal pianeta all’uomo rimarranno solo quattro anni di vita. La causa della moria delle api è proprio l’uomo-scorpione, quello che grazie “alla sua natura” modifica l’ecosistema portando squilibri irreversibili che minano la sua stessa esistenza. Ma se fosse l’uomo a sparire accadrebbe lo stesso alle altre specie viventi? Perché il privilegio di sapere di esserci che caratterizza l’umanità rispetto a tutti gli altri esseri viventi, comporta anche la consapevolezza del non-esserci più, del tornare al NULLA da dove veniamo che sembra affascinare i tanti che fanno del male scientemente e si immolano per questo! Noi siamo in perenne guerra gli uni contro gli altri, la pace viene spesso invocata, ma quante persone riescono davvero a capire che cos’è?

La vita stessa è guerra, sempre e comunque contro l’oblio. Riflettendoci è il paradosso della vita: sia la guerra degli uomini, sia la guerra del finito contro l’infinito, sono entrambe causa della morte come assurdo e limite! Perché la vita vuole sempre e comunque Essere al di là di ogni confine fisico o spirituale e oltre l’insensatezza umana. A volte mi chiedo: siamo davvero sicuri che l’ultimo nemico da sconfiggere sia la morte? Certo, nel cristianesimo Gesù si è immolato sulla croce per poi risorgere, identificando in sé stesso la via verso la verità e la vita. E lo stesso Gesù disse:” Se uno vuol venire dietro a me rinunci a se stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua”Luca 9,23. Non sembrano proprio razionali frasi che spingono l’individuo a “rinunciare a sé stesso”, ma qui Gesù mette il dito nella piaga dell’egoismo che impedisce all’uomo di amarsi e amare gli altri.

Non è tanto la morte fisica quella da cui Dio salva, Lui salva dall’inganno e dal male di vivere gli uni contro gli altri, nell’invidia e nell’odio che porta  alla distruzione. Il fatto di esserci ora, qui e adesso, ci condanna alla vita: rimbalzeremo come bilie, avanti e indietro nel tempo, in questo spazio d’eternità in cui ci è concesso di vivere o fermeremo il divenire incessante in un eterno presente dove il limite e l’infinito coincidono e l’amore per l’assoluto colmerà ogni vuoto?

Nella favola della rana e dello scorpione si tende ad identificare l’uomo con lo scorpione dimenticandosi della rana: essa, pur diffidente perché conosce la pericolosità dello scorpione, sceglie di fidarsi di lui! Non credo che sia stata solo ingenuità: la rana ha voluto credergli, come tanti uomini e donne ogni giorno credono nella vita e nella sua sacralità. Se il germe dell’irrazionalità e del caos fa parte del genere umano, esso pur essendo potente è comunque nulla rispetto al Bene che l’uomo può riconoscere e fare. Quindi c’è sempre la speranza, che come gocce nel mare, ogni gesto, ogni pensiero trasformi la vita in un percorso di crescita e di pace da fare insieme.

La vera forza

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Non è tanto la forza dell’acqua, con la sua impetuosità che incute timore, a scavare la roccia della montagna, quanto piuttosto la goccia con la sua costanza (Lucrezio)!

Una forza che sembra nascere dall’umiltà, più che dall’arroganza; dalla volontà più che dal potere; dall’abitudine più che dal caos.

Una forza acquisita, come dice Aristotele quasi una “seconda natura”, un habitus!

Sulla natura dell’uomo

Un post che definirei “fanta-filosofico” quello scritto sotto da Stefano, infatti ho scelto di inserirlo nella categoria “filosofia e religione” che purtroppo sto trascurando da tempo! Riguardo a Biglino dei suoi testi conosco solo i titoli e ho una conoscenza indiretta delle sue teorie, quindi preferisco astenermi da giudizi. Osservo solo che la Bibbia si presta a facili strumentalizzazioni e regala una visibilità certa a chi sa sapientemente usarne il contenuto, anche se in questo caso le tesi sembrano essere sostenute da un bagaglio personale di conoscenze abbastanza solido.Comunque come dice chiaramente Stefano alla fine del post, l’esistenza di entità extraterrestri che avrebbero messo il loro zampino per “creare” l’uomo sulla terra non è né alternativa né tantomeno sostitutiva alla religione e all’esistenza di Dio! In nulla conoscere le nostre origini “aliene” può in qualche modo appagare la contingenza e la sete d’infinito insita nella natura umana! Poi a proposito di Jurassik Park, nel libro “Il mondo perduto” del grande Michael Crichton, Malcon il personaggio principale della serie, sotiene che la vita sulla terra più che una storia evolutiva è una storia di “estinzione” e che gli animali complessi si estinguono non a causa di mancati adattamenti evolutivi all’ambiente, ma invece a causa di rapidi e imprevedibili cambiamenti di comportamento. Riporto qui alcuni stralci del libro “Il mondo perduto” tratti da Wikipedia : “L’evoluzione è solo il risultato di una serie di mutazioni che si affermano o scompaiono. Giusto?” “Giusto”, confermò Arby. “Ma in questo concetto sono insiti alcuni problemi”, proseguì Malcolm. “In primo luogo, il problema tempo. Un singolo batterio – la più antica forma di vita – ha duemila enzimi. Gli scienziati hanno calcolato che per raccogliere a caso questi enzimi da un brodo primordiale occorrerebbe un tempo che varia da quaranta miliardi a cento miliardi di anni. Ma la terra ha solo quattro miliardi di anni. Quindi un processo casuale sembrerebbe troppo lento. Tanto più che sappiamo che i batteri sono comparsi solo quattrocento milioni di anni dopo il principio della Terra. La vita è comparsa molto rapidamente, ed è per questo che gli scienziati hanno ipotizzato che essa debba avere origini extraterrestri. Anche se, a mio avviso, questa non è una vera e propria risposta”. “D’accordo, ma…”. “Secondariamente, c’è un problema di coordinazione. Se si accetta la teoria attuale, allora tutta la straordinaria complessità della vita altro non è se non l’accumularsi di eventi casuali… una serie di eventi genetici riuniti insieme. Ma osservando attentamente gli animali, si direbbe che molti elementi debbano aver avuto un’evoluzione simultanea. Prendiamo per esempio i pipistrelli, che sono guidati dall’eco degli ultrasuoni da loro emessi. Per fare una cosa simile, molti elementi devono evolversi. I pipistrelli hanno bisogno di un apparato speciale per emettere suoni, di un udito speciale per udire l’eco, di un cervello speciale capace di interpretare i suoni, e di un corpo capace di scendere in picchiata per catturare gli insetti. Se tutte queste cose non si evolvono contemporaneamente, non vi è alcun vantaggio. E immaginare che tutto questo avvenga per puro caso è come immaginare che un tornado possa abbattersi su un cimitero di rifiuti industriali e mettere insieme un jumbo jet funzionante[2]. Difficile da credere”. (p. 240) Comunque la si pensi sembrerebbe proprio che il caso non esiste…

Stavo riflettendo sulle analisi, molto argute, che fa Mauro Biglino (noto traduttore di lingue antiche) sulla Bibbia e su altri testi antichi che provengono da varie parti del mondo e da varie civiltà. Vorrei però partire dalle considerazioni finali, che esulano un po’ dall’indagine sulla traduzione letterale.

L’uomo è un animale strano, molto strano, quasi impossibile! Anzi forse proprio impossibile!

Indipendentemente dall’intelligenza che ha, nettamente superiore a qualsiasi altro essere vivente su questo pianeta, che gli permette non solo di sopravvivere, ma anche di dominare tutta la materia, gran parte dell’energia e tutti gli altri esseri viventi.

Dal punto di vista strettamente evolutivo non sarebbe, per esempio, mai potuto sopravvivere, in quanto omeotermico (a sangue caldo), quasi privo di peli, piume o altro. Non solo per proteggersi dal freddo, ma anche dal sole. E’ l’unico! E’ l’unico animale costretto a “vestirsi” e ad abitare in un rifugio. Anche gli altri animali abitano in tane, ma non ne sono strettamente costretti pena la sopravvivenza. Questa perdita dei peli non può essere sopraggiunta in seguito ad un cambio di abitudini. Sono solo poche migliaia di anni che l’uomo si “veste” e, sempre evolutivamente, è un tempo infinitesimo! Non esiste un solo ambiente naturale in cui un bambino svezzato possa sopravvivere, senza avere alle spalle una comunità ed una antropizzazione artificiale dell’ambiente.

Altra cosa: i capelli. Non esiste proprio che i capelli crescano all’infinito, sono un impiccio assoluto! Quale animale potrebbe sopravvivere se dopo due passi inciampa sui suoi capelli e cade. Se dopo quattro passi i capelli si intrecciano a qualche ramo e si ferma dolorosamente. Noi invece siamo stati costretti ad inventare qualsiasi cosa possa tagliarceli artificialmente periodicamente. E non avremmo potuto essercelo inventato prima dell’estinzione.

Inoltre: siamo degli animali veramente sfigati, non abbiamo né artigli né zanne per essere carnivori, e non abbiamo alcuna competitività nel correre veloci, che hanno gli erbivori, nella nostra ridotta capacità motoria data dall’aver dedicato solo due arti alla locomozione. Non abbiamo inoltre corna o altre armi difensive. Per quanto le mani siano l’attrezzo più utile sia mai stato concepito e che fa di noi degli animali raccoglitori e manipolatori dell’ambiente, prima di “inventare” la clava ci saremmo sicuramente estinti.

Ancora: Visto l’enorme sviluppo che ha la nostra scatola cranica, fin dalla fase fetale, per via della dimensione del cervello, siamo costretti a nascere in uno stato prematuro ed assolutamente dipendente dalle cure parentali per un tempo lunghissimo. E’ stato calcolato che per essere al pari degli altri primati dovremmo nascere almeno al 13° o 14° mese di gestazione, purtroppo però, in quel caso, saremmo tutti figli unici poiché nel parto uccideremmo nostra madre.

In pratica, se non avessimo la nostra brava intelligenza non potremmo in nessun caso sopravvivere, figuriamoci poi diventare i padroni del mondo…

Ci sono poi un paio di cosine curiose, forse più di due, ma io conosco queste: tutti i primati hanno 24 coppie di cromosomi e quindi possono riprodursi tra specie diverse, non lo prediligono, ma potrebbero farlo. Gli incroci sarebbero probabilmente non, evolutivamente, vincenti, ma possibili. Noi siamo a tutti gli effetti dei primati, ma abbiamo solo 23 coppie di cromosomi. Condividiamo il 98% dei geni dei bonobo ed il 95% degli scimpanzé o dei gorilla, ma non possiamo incrociarci con loro. Abbiamo meno differenze di quelle che ci sono, per esempio, tra cavalli ed asini, ma loro possono incrociarsi e noi no! Ma la cosa ancora di più strana è che uno dei nostri cromosomi è lungo esattamente il doppio degli altri. In pratica abbiamo tutti gli stessi geni di tutti gli altri primati, ma non possiamo incrociarci. Sembra quasi fatto apposta! Sembra solo o… è stato fatto apposta?

Altra cosina: negli esperimenti fatti da individui che volontariamente si sono isolati dall’alternanza giorno/notte naturale, per esempio in caverne profonde come il Montalbini di Montemarciano, è risultato che l’uomo alla fine si stabilizza, nei propri bioritmi, ad una cadenza di circa 25 ore e non 24. Altri esperimenti hanno invece dimostrato che tutti gli altri animali e tutte le piante mantengono i propri bioritmi a 24 ore. Solo noi… ma noi siamo di questo pianeta o proveniamo da un pianeta più lento?

E torniamo a bomba alle traduzioni dai testi antichi! Parlano di esseri che vengono dalle stelle, che hanno tecnologie mirabolanti e mezzi volanti (è ovvio che li abbiano scambiati per Dei), che operano interventi di ingegneria genetica per procurarsi degli operai/schiavi, che isolano le loro “creature” in territori/laboratori (il famoso paradiso terrestre) per i loro esperimenti (vi ricordate il film Jurassic Park?), salvo poi scacciarli quando cominciano a riprodursi ed a rendersi indipendenti (la cacciata dall’Eden). E non ne parla solo la Bibbia, ma anche i Veda indiani, i Testi Sumero/Arcadici, eccetera. Con l’unica differenza che questi esseri vengono chiamati una volta Elohim (che è un termine plurale), una volta Anunnachi… o Giganti, eccetera.

Tutto questo, ovviamente ed a beneficio dei credenti, non esclude la tesi per cui a creare il tutto sia stato un Dio o più Dei… o una intelligenza che tutto pervade, o un Grande Architetto, eccetera, poiché, se questi esseri hanno “creato” noi, resta il problema di scoprire chi ha creato loro… sempre che sia necessario un creatore (e questo è a beneficio degli atei).

Come diceva Arbore: “Meditate gente, meditate!”

Sull’arte e sulla poesia

L’esigenza di dare una forma all’incontenibile, che si manifesta nell’animo di chi ricerca il Vero con il cuore aperto, ha sempre portato l’uomo a creare un “che” di universale, sovra individuale, che comunemente chiamiamo ARTE.

L’arte come creatività è non solo originalità, bellezza, espressione del Vero, ma anche ed innanzitutto un ponte con il trascendente. Come esseri finiti non è facile per noi superare il limite, contenere l’incontenibile, assaggiare nel profondo la vita per riuscire a leggerne la continuità. Per questo forse l’artista, nel momento di dar forma all’inesprimibile si avvicina alla pazzia, è totalmente preso da un attimo, un istante senza tempo in cui galleggia l’Eternità stessa; lì legge il Vero ed in qualche modo lo trasforma, lo comunica a chi, come lui in quegli istanti, lascia spazio alla voce dell’anima.

Parlo di anima come identità e mistero profondo che si nasconde nell’uomo, ognuno di noi è una porta verso l’oltre, l’arte stessa non potrebbe esistere, rimarrebbe un’espressione vuota di senso, incapace di suscitare alcunché, di appagare l’intimità con la sua voce che invece può penetrare in ogni atomo e dargli vita.

Le poesie che potete leggere in questo blog (le trovate cliccando sul menu del blog alla voce POESIE), hanno come principale finalità il tentativo di colmare il vuoto spesso presente nell’incessante divenire dei nostri vissuti con degli istanti d’eternità! Non c’è nessun merito in chi le ha scritte (sono spesso mie o dove indicato di Lorenzo), a loro come a tanti altri le ha donate la vita stessa. Per questo sperano di poterle condividere con chi cerca un accesso alla verità e vorrebbe dare un senso più profondo alla propria esistenza.

Oltre

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Jacopo Del Sellaio, Trionfo dell’Eternità 1480-1485

Ripropongo queste brevi riflessioni sulla Pasqua (QUI il vecchio post), cioè sul passaggio sempre aperto verso una vita nuova! Si nasce e si rinasce in un flusso infinito di pensieri e di azioni. Eppure l’Io è adagiato in un bozzolo d’amore, sostenuto cioè da chi non ha bisogno di sostegno pur sostenendo ogni essere! Una dimensione ignorata quella dell’Essere, quasi sconosciuta eppure…

Non so se avete mai incontrato o meglio provato un attimo d’Eternità, un istante in cui siete andati oltre…oltre il frastuono del divenire, della vita che scorre come un fiume in piena, oltre gli attimi infiniti, tutti uguali e tutti cancellati dalla sua acqua che li travolge irrequieta!

Oltre si placa! Oltre svanisce… la paura di ciò che può accadere, di ciò che sarà bene o male.

Noi siamo lì da sempre eppure sognamo e viviamo una vita diversa e ci agitiamo per nulla. Non ne sono più padrone di quell’attimo regalato dal destino in cui ho aperto gli occhi ed ho capito (o almeno avevo capito, perché la fede di allora di nuovo mi sfugge come sabbia fra le mani nella clessidra del tempo e del divenire)! Che non c’è niente da temere quando avanziamo incerti, quando inciampiamo, c’è sempre qualcuno pronto a rialzarci e ad accoglierci. Perché siamo già oltre!

E ciò che è più incredibile è che ci ritroveremo lì, tutti insieme, nello stesso istante, in un attimo d’Eternità!

Buona Pasqua

I luoghi di confine: dal romito di Lampedusa al multiculturalismo globalista.

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In continuità con il precedente post “Sul cibo, sulle religioni e sull’identità” ripubblico QUESTO articolo sui luoghi di confine…

Nel XV secolo esisteva a Lampedusa uno strano luogo di culto, una grotta dedicata alla Madonna, dove si depositavano sia cimeli cristiani sia quelli musulmani, a cui si rivolgevano in preghiera pescatori, naviganti, marinai, corsari, di entrambe le religioni. Era un luogo di culto “doppio” appartenente contemporaneamente all’islamismo ed al cristianesimo. Secondo la leggenda il compito di accendere il lume per i naviganti era affidato ad un romito che si presentava a seconda del bisogno o cristiano o musulmano: questo rappresentava un modello di sincretismo religioso, cioè una convergenza di culture e religioni diverse. Nel libro di Lucetta Scaraffia “Rinnegati” leggiamo che un avventuriero spagnolo a cavallo tra ‘500 e ‘600, cavaliere di Malta, presentava nelle sue memorie una descrizione di questo luogo: c’era un altare, posto sotto il quadro della Madonna, dove si trovavano << molti oggetti che vi hanno lasciato in elemosina i cristiani e vi è perfino del biscotto, del formaggio, dell’olio, delle carni salate, del vino e del denaro>> e dall’altra parte della caverna <<si vede una tomba dove è sepolto un marabutto turco, uno dei loro santi a quanto si racconta>>e accanto ad esso <<le medesime elemosine della nostra Immagine Santa>>.

Quindi ieri come oggi Lampedusa costituiva un approdo speciale grazie alla sua posizione geografica. Sempre nel testo della Scaraffia sopracitato leggiamo: almeno a partire dal XV secolo risulta che fu acceso un lume per guidare i naviganti. Secondo una leggenda siciliana il compito di accendere il lume era affidato ad un romito, che viveva nella grotta sacra e si presentava come cristiano o come musulmano, a seconda della provenienza dei naviganti che vi sbarcavano, <<da ciò il comune detto in Sicilia “il romito di Lampedusa” per indicare una persona dalla doppia fede>>. Possiamo parlare di multicultura e multireligione praticata già oltre 500 anni fa da chi viveva in questi luoghi di confine.

Isole poste al centro del Mediterraneo come Pantelleria, Lampedusa o Malta, videro convivere famiglie musulmane e cristiane e si parlava un dialetto arabo almeno fino a tutto il XV secolo. Si configuravano come luoghi “neutri” che riconoscevano tributi sia ai re cristiani sia ai califfi musulmani. Isole di libertà religiosa, politica, sociale dove si abolivano i confini fra l’islam e il cristianesimo e ciò era possible solo perché c’era un equilibrio di forze fra le due parti. Infatti nel XVIII secolo con la decadenza dell’impero ottomano i paesi barbareschi del nord africa persero la loro autonomia economica e iniziarono a diventare colonie degli stati europei, in particolare della Francia.Quando c’è qualcuno che comanda non si può più scegliere la neutralità, ma ci si deve decidere a favore di un’unica identità: quella che i colonizzatori imponevano con la forza della loro dominazione.

Nel mondo di oggi ha più senso parlare d’incontro tra diverse identità religiose? L’uomo occidentale ha in gran parte spezzato i legami identitari con la propria religione cadendo nell’individualismo e perdendo tutti quei riferimenti gerarchici di tipo morale e sociale dati prima dalla Legge divina. La stessa Europa ha rifiutato di riconoscere le proprie radici cristiane e visto quello che sta accadendo con l’accelerazione incontrollata dei flussi migratori sembra sempre di più finalizzata ad accogliere in modo indiscriminato gli apporti culturali e religiosi che vengono dall’esterno. Non sappiamo più se definirci cristiani o se alla fine sia davvero importante difendere le nostre tradizioni e la nostra cultura. Per i musulmani invece un’Europa islamizzata è un’opportunità anche per procedere ad un’innovazione culturale altrimenti impossibile nei loro paesi d’origine: questa religione può infatti rispondere all’ateismo, all’individualismo, al recupero dei valori tradizionali come quello della famiglia in modo altrettanto efficacie del cristianesimo!

Eppure la Chiesa cattolica, proprio nel Compendio della dottrina sociale della Chiesa relativamente alla difesa delle identità così si esprime: “La Nazione ha <<un fondamentale diritto all’esistenza>>; alla propria lingua e cultura, mediante le quali un popolo esprime e promuove la sua “sovranità” spirituale>>; a <<modellare la propria vita secondo le proprie tradizioni, escludendo, ovviamente, ogni violazione dei diritti umani fondamentali e in particolare, l’oppressione delle minoranze>>”. In sostanza nel Compendio si dice che l’accoglienza non deve mai essere indiscriminata, cioè non deve mai arrivare a minare quelle tradizioni e quella cultura che son alla base dell’unità sociale e del bene comune che questa unità garantisce!

Mettiamo ora a confronto le affermazioni del Compendio sopracitate, con quelle di una rappresentante del globalismo moderno in salsa eurista, la presidente(a) della Camera Laura Boldrini:
“I migranti oggi sono l’elemento umano, l’avanguardia di questa globalizzazione e ci offrono uno stile di vita che presto sarà molto diffuso per tutti noi”, “Dobbiamo dare – spiegava la Boldrini – l’esempio concreto di una cultura dell’accoglienza come un nostro valore a 360 gradi che sappia misurarsi con la sfida della globalizzazione. Una sfida che porta anche una maggiore opportunità di circolazione delle persone perché nell’era globale tutto si muove”. Qui l’articolo e il video.

Si augurava che lo stile di vita portato dai migranti si sarebbe sostituito al nostro: non diceva che i migranti avrebbero avuto maggiori diritti, ma anzi che la loro precarietà e povertà sarebbe diventata un modello anche nella nostra società. La religione eurista ha nella sua essenza la mercificazione del lavoro e per fare questo è necessaria la libera circolazione delle persone funzionale all’impoverimento collettivo e alla cancellazione dei diritti sul lavoro: ci deve sempre essere qualcuno così disperato da accettare un salario sempre più basso, l’importante è che chi lavora ad un costo più elevato sia immediatamente licenziabile senza troppi problemi (vedi Jobs act).

Se la Chiesa vuole recuperare il suo ruolo di evangelizzazione della società deve necessariamente opporsi a queste idee che invece di mantenere in vita il confronto fra culture e civiltà, rischia di annientarle. Per instaurare un dialogo non si può perdere di vista se stessi. E proprio un musulmano, Fuod Allam, in un articolo apparso sulla Repubblica del 23 settembre 2003 scriveva: “la questione delle radici cristiane dell’Europa, in un momento in cui si parla di eterogeneità delle culture e di multietnicità, suscita altre problematiche: come accogliere l’altro se si nega se stessi?… L’incontro è possibile soltanto se si è consapevoli delle proprie radici….L’Europa, faccia a faccia con se stessa, è ricca di saperi, ma restia ad accettarsi; ma per me essa rappresenta l’albero d’ulivo che nel Corano, al versetto 35 della Sura della luce, è né d’oriente né d’occidente”. Qui è evidente la preoccupazione nei confronti di una civiltà che sta perdendo di vista se stessa e i propri valori, che si riferisce solo a finalità utilitaristiche rischiando così di adottare stili di vita incompatibili con l’accoglienza e la pace, che spingono invece allo sfruttamento e all’odio reciprico.

In natura i luoghi di confine sono segnati dall’incontro degli elementi: l’acqua e la terra sul bagnasciuga di una spiaggia, le tenebre e la luce nel momento del crepuscolo e dell’alba…sono e rimangono linee di confine, d’incontro e separazione fra elementi diversi di due mondi! Come il romito di Lampedusa essi possono esistere e convivere solo in certi luoghi e in certi momenti. La civiltà occidentale è oggi indebolita dalla perdita della propria identità religiosa e culturale, non è in grado di dialogare ma solo di soccombere ad un modello che invece di integrare i popoli rischia di portare al rifiuto e all’odio, il tutto in nome della religione globalista che nega ogni forma di identità!

Sul cibo, sulle religioni e sulle identità

Genesi 9 – 1 Dio benedisse Noè e i suoi figli e disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite la terra. 2 Il timore e il terrore di voi sia in tutte le bestie selvatiche e in tutto il bestiame e in tutti gli uccelli del cielo. Quanto striscia sul suolo e tutti i pesci del mare sono messi in vostro potere. 3 Quanto si muove e ha vita vi servirà di cibo: vi do tutto questo, come già le verdi erbe. 4 Soltanto non mangerete la carne con la sua vita, cioè il suo sangue.

Leggendo con attenzione Genesi 9 viene da pensare che in questi versi, il Signore, dà il permesso all’uomo di mangiare la carne (soltanto non mangerete carne con la sua vita, cioè il suo sangue), mentre prima del Diluvio c’erano solo le “verdi erbe“!

Parlare di “regole alimentari” e religioni non è semplice, ma un breve excursus sulla questione risulta assai interessante. Anche perché nella nostra epoca abbiamo assistito ad un paradossale rovesciamento: le regole alimentari vengono a volte assunte a dogmi diventando esse stesse religione ( basta pensare alle scelte di vita fatte da chi crede fermamente nei principi etici e salutistici del veganesimo).

Mi limiterò ad accennare ad alcune regole alimentari delle religioni monoteiste: ebraismo, islam e cristianesimo.

Le comunità ebraiche dell’antico testamento erano essenzialmente dedite alla pastorizia di pecore e capre, infatti per loro era proibito mangiare animali che non erano ungulati ruminanti dallo zoccolo diviso. nell’Islam invece la proibizione riguarda particolarmente il maiale. Nella cultura ebraica e nell’Islam la differenza fra cibi puri ed impuri serve a sancire il legame tra un popolo eletto che segue determinate leggi con rigore e Dio. Allo stesso tempo però queste regole marcano la differenza con il resto dell’umanità.

Nel cristianesimo invece la contrapposizione è tra cibi grassi e cibi magri. Su questa distinzione la Chiesa nel medioevo tentò un’unificazione delle popolazioni cristiane attraverso le regole alimentari. L’olio, considerato un “grasso magro”, venne imposto durante la Quaresima al posto del lardo, ampiamente usato dai popoli del nord Europa. Dal Mercoledì delle Ceneri al Sabato santo si introdusse l’obbligo di un rigoroso digiuno, vietando la carne e i latticini, sostituiti con verdure e pesce. Ma sappiamo che questo tentativo di unificazione finì con la divisione della cristianità nel 500, quando i protestanti abolirono l’obbligo di utilizzare l’olio di oliva in Quaresima e misero l’accento sulla penitenza piuttosto che sulle regole materiali.

Ma è proprio il maiale a risultare estremamente divisivo: impuro e detestato dagli ebrei e dai musulmani, quasi sacralizzato dai cristiani (per i quali mantiene comunque un giudizio ambivalente tra il sacro e il profano). Sant’Antonio abate è considerato il protettore degli animali e viene associato proprio al maiale nell’iconografia che lo rappresenta. Nel secolo XI le reliquie del santo vennero portate da Costantinopoli, dove c’era una società che detestava il maiale, alla regione francese del Delfinato dove invece il maiale era mangiato abitualmente. Sta di fatto che proprio in quel periodo storico in queste località dilagava la malattia del “fuoco sacro” che pare veniva curata proprio con un rimedio a base di lardo di maiale dai monaci antoniani, un ordine ospedaliero (inizialmente erano laici) che allevavano maiali e li lasciavano girare liberi per la città con una campanella al collo! Ecco quindi i simboli iconografici: il fuoco (falò accesi il 17 gennaio, giorno di Sant’Antonio), la campanella e il maiale.

Il maiale comunque assume nella tradizione cristiana una grande importanza, la sua macellazione viene quasi ritualizzata, è considerata importantissima, da proteggere, perché da essa dipende la sopravvivenza alimentare di una comunità.

Ricapitolando, nella cultura ebraica e in quella islamica la proibizione di mangiare carne di maiale era anche una forma di contrapposizione con la cultura cristiana. I cristiani al contrario si differenziarono attraverso il superamento delle proibizioni alimentari.

Ma il superamento delle proibizioni alimentari come tratto distintivo non evita nei cristiani di considerare “diverso” chi è portatore di una diversa interiorità, considerata impura, fonte di male e contagio!

Se ogni io si definisce appieno nella relazione con un tu, il confronto con l’alterità, con il diverso diventa una tappa fondamentale per la conoscenza di sé stessi. Perché gli uomini, le loro culture, le loro religioni, ognuno di questi aspetti marcano le differenze e sono principi di conoscenza per iniziare un dialogo, un arricchimento reciproco. Non si deve sbiadire la propria fede, cancellare le proprie idee o usanze, mettere insieme in un tutto indistinto le somiglianze. Si deve invece confrontarsi con l’alterità e sforzarsi di capire dove iniziare un dialogo. Le società umane si sono formate sulla vita materiale, dal cibo che essa garantiva, sacralizzato e reso fonte di purezza e distinzione.

Oggi, dicevo all’inizio, è sempre il cibo a diventare addirittura religione, a servire da isola nei confronti dei nuovi (o vecchi) mali che affliggono gli uomini. Sono soprattutto (gl)i (ex) cristiani a non sapere più se esiste un’identità da difendere o da trasmettere nel confronto con l’altro! I media spingono evidentemente verso una più comoda rinuncia, esaltano la cancellazione delle identità per aprirci eventualmente a quelle più forti che vengono dall’esterno, magari proprio dai sempre più ingenti flussi migratori. L’individuo occidentale non ha più una gerarchia evidente di idee su cui costruire un’identità definita, tutti i legami forti del passato, in primis quello religioso, sembrano essersi sbriciolati. Per questo il cibo può diventare religione, per questo padre o madre, uomo o donna, diritto o pretesa sono diventate semplici distinzioni lessicali o giochi linguistici di un sistema informativo che esalta la nullificazione dei valori e delle religioni su cui questi si fondavano. Ma senza identità non esiste alcun dialogo su cui costruire una nuova società in grado di assorbire i veloci cambiamenti a cui siamo sottoposti. Speriamo che nella follia occidentale che ha portato allo sbriciolamento delle certezze e allo smarrimento dell’individuo ci sia ancora un barlume di consapevolezza per restituirci la dignità perduta.

Com-Unione!

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Michelangelo, Cappela Sistina

All’inizio della Quaresima avevo scritto un POST per parlare della dimensione del silenzio e del deserto interiore come luogo privilegiato dell’incontro tra l’uomo e Dio. Perché il silenzio implica, fra le altre cose, la dimensione dell’ascolto. Del resto come si può veramente parlare di Dio? Come si potrebbe mai dare un suono al silenzio, a ciò che è inesprimibile (a parole)? Eppure sono qui a scrivere nel vano tentativo di trasformare le parole in pensieri e i pensieri in immagini e le immagini in vita vissuta…

Ora con l’inizio della Primavera, avvicinandosi a grandi passi il plenilunio che fisserà la domenica di Pasqua (che cade appunto dopo il plenilunio di Primavera), parlerò brevemente della dimensione comunitaria dell’uomo e dello stesso Dio.

In realtà nessun uomo vive da solo e per sé solo, ma ognuno vive in una comunità. E ogni comunità è essenzialmente comunione, quella comunione che i cristiani chiamano eucaristia, ove il “tutto si compie”: c’è Dio che si fa mangiare e l’uomo che è magiato (da Dio)! Se c’è stata una creazione originaria essa deve tendere all’unità, deve cioè comporsi nell’amore. E nell’eucaristia c’è l’atto del mangiare che porta alla piena identità tra chi magia (l’uomo) e chi viene mangiato (Dio). Dio diventa “me stesso” attraverso l’eucaristia e così accade alla stessa creazione che ha il pieno compimento in una “comunione cosmica”! L’uomo che assimila Dio  attira a sè tutte le cose del mondo ed entra in comunione con l’intera creazione. Ecco perché se con l’incarnazione Cristo diventa uomo fra gli uomini, con l’eucaristia Lui diventa noi, individualmente e collettivamente! Diventa (insieme all’umanità) quel corpo vivente che chiamiamo Chiesa, dove si realizza in pieno l’Unità attraverso il mangiare ed essere mangiati, che è possibile solo a Dio e al suo amore infinito. Un Dio che è venuto alla nostra ricerca ben prima che noi uomini ci rivolgessimo a Lui. E ogni giorno è un nuovo giorno, e ogni primavera è una nuova primavera e ogni Pasqua è una nuova risurrezione, un nuovo tentativo di Dio di entrare in comunione con i suoi amati.

*Riferimenti bibliografici: David Maria Turoldo, Neanche Dio può stare solo, Edizioni Piemme.

 

 

 

 

 

 

Tarocchi e introspezione!

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Arcani maggiori

Come già scritto nel post “Riflessioni si l’I Ching…  ” anche i Tarocchi possono essere un’utile arte divinatoria, paragonabile comunque ad una forma di psicoanalisi in grado di leggere l’interiorità e metterci come davanti ad uno specchio!

Essi richiedono in chi li usa un’adeguata preparazione mentale e la capacità di mettere a tacere la mente, di entrare in uno stato di silenzio interiore ed esteriore. La via intuitiva della lettura dei Tarocchi ci mette in rapporto con noi stessi evidenziando ciò che normalmente la mente tiene nascosto. Ogni carta può entrare in rapporto con la nostra vita e favorisce l’esteriorizzazione del microcosmo in cui viviamo. Ed è qui che ci fermiamo, non andiamo oltre la vita fattuale e personale perché le vie superiori, quelle che coinvolgono il macrocosmo, rimarranno necessariamente oscure a chi è limitato e non vede al di là del proprio naso! Noi spesso non sappiamo vivere il presente e tanto meno possiamo trasformarlo in Eternità! Forse chi ha pensato l’I Ching o i Tarocchi o altre forme divinatorie ha lasciato anche quest’opportunità ulteriore di conoscenza, di capire il perché dei nessi sincronici che guidano le nostre vite. Ma oltre la semplice domanda non so e non voglio andare.

Torniamo quindi al gioco delle carte: esso ci abitua a guardare dentro di noi per far emergere dal suo sonno tutto ciò che è stato dimenticato o accantonato. L’importante è riuscire a lasciarsi trasportare dalle immagini e come nell’I Ching le carte parlano per immagini secondo i mutamenti del nostro essere interiore: mostrano il nostro passato per agire nel presente. In realtà diventeranno presto superflue se accettiamo i cambiamenti avvenuti in noi e puntiamo a trasformarli e superarli. Altrimenti nulla cambierà perché essi, come l’I Ching, non possono prevedere alcunché, ma indicano solo le strade del possibile che spesso non siamo in grado di vedere da soli. Come introspezione è certamente un atto del pensiero, ma non un atto razionale quanto piuttosto una forma d’arte che evidenzia emozioni e sentimenti.

 

Fare il deserto: incontrare Dio nel silenzio e nella solitudine!

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In occasione della Quaresima ripubblicò questo post che riassume il mio pensiero relativamente a questo importante periodo: un’occasione per “fare il deserto” e rimanere soli nella propria intimità in ascolto della divinità!

Con il Mercoledì delle Ceneri inizia il tempo della Quaresima, un tempo in cui l’uomo dovrebbe impegnarsi a fare il deserto in sé stesso per entrare nel silenzio! Nel libro del Qoelet c’è scritto: “C’è un tempo per parlare e un tempo per tacere”, perché nell’esprimere la propria sapienza l’uomo deve poi essere illuminato dalla grazia e creare così un equilibrio in vista dell’unità tra uomo e Dio! Ci sono teologi che dicono che la Bibbia è il libro del silenzio di Dio perché è nel silenzio che la Parola deve essere ascoltata nell’anima.

Nella Bibbia la permanenza nel deserto e il silenzio a questo collegato segnano prima il rapporto tra Dio e il popolo d’Israele, successivamente le tentazioni a cui Satana sottopone Gesù. Da sempre l’uomo ha avuto paura del silenzio cercando in ogni modo di fuggire da esso. Perché chi ha paura di sé stesso cerca la folla e il rumore per mettere a tacere i suoi fantasmi altrimenti fin troppo reali e inquietanti. Gesù invece è andato incontro al silenzio e si è confrontato con le tentazioni preparandosi così ad affrontare la vita e la missione a cui era destinato. L’uomo che ha compreso il senso della vita deve anche lui andare oltre la dimensione delle parole per confrontarsi con il silenzio.

Dal silenzio che precedette la creazione al silenzio come condizione umana per generare parole e relazioni interpersonali: è un momento importante che diventa condizione per riprendere a comunicare. La Bibbia infatti dice che nel deserto si può rimanere soltanto 40 anni o 40 giorni, cioè un tempo più o meno lungo, ma non certamente l’intero arco della vita dato che ogni uomo nasce in relazione con altri uomini. Eppure è nel silenzio che si genera l’incontro radicale con la solitudine che coincide con il mistero personale dell’uomo. Ognuno è un mistero segreto e personale, unico e irripetibile,  una monade senza porte o finestre direbbe il filosofo Leibniz. Provare questa solitudine assoluta generata dal silenzio ci porta però alla consapevolezza della nostra contingenza, del nostro non bastare a noi stessi, del nostro infinito bisogno d’Amore! Non ci sono appigli umani in grado di salvarci nelle prove della vita e arriverà un giorno, in ogni caso l’ultimo giorno, in cui ci troveremo faccia a faccia  e soli con LUI, unica pienezza in grado di colmare i nostri infiniti vuoti. Per questo motivo non dovremmo mai fuggire dal silenzio e dalla solitudine, perché entrambi queste dimensioni spirituali ci permettono di percepire già ora la Presenza in grado di colmare la sete d’infinito: nella solitudine, dove nessun altro uomo può sentire o arrivare, siamo in realtà sempre in due.

*il post era stato pubblicato Qui!