Avanti e indietro: storia di un’involuzione interiore (quarta parte)

Murano ok

Croce del Monte Murano

Presente passato, passato presente, in un alternarsi di prospettive il divenire si dipana ma non lasciamoci ingannare: non c’è futuro che non sia già stato, non c’è passato che non sarà futuro, non c’è io senza eterno presente. Ogni storia di vita vissuta rimbalza immutabilmente in uno spazio-tempo senza limiti…

Per chi se le fosse perse (e volesse farsi del male leggendole), ecco qui la Prima parte  , Seconda parte   e   Terza parte    .

Assaggi adolescenziali dallo pseudo-passato…

Se mi volto indietro vedo ancora un crinale avvolto nella luce del sole pomeridiano, era estate, mentre in quattro amici discendevamo un po’ a balzi e un po’ con le corde il ripido pendio del Monte Murano. Sento ancora il male al ginocchio destro, che avevo forzato nella discesa, iniziavo a zoppicare e dovevo stringere i denti per andare avanti. Dovevamo cercare le pareti della Gola della Rossa dall’alto del ripidissimo crinale, individuando delle vie di roccia conosciute per poi calarci e riuscire nell’impresa. Nonostante il caldo estivo, la fatica e la parete rocciosa ormai in ombra mi fecero venire la pelle d’oca, sia per il freddo, sia per i brividi dell’altezza, diverse decine di metri. Il tutto partì semplicemente osservando dalla superstrada sottostante il versante del Monte Murano che discendeva ripido, ma fattibile, verso la conosciuta Gola della Rossa. Ideatore e autore principale Andrea, supportato da Lorenzo con la partecipazione dei pard Nico e Brunello! Così io, Andrea, Brunello e Lorenzo una domenica qualsiasi provammo a discendere dalla cima del monte verso una nuova strada, inesistente e da ricreare ex-novo con un minimo di suspense dovuto al trovare la giusta uscita, cioè l’attacco di vie di roccia preesistenti della sottostante Gola della Rossa,… altrimenti ci saremmo dovuti “attaccare” a ben altro arnese!

Era giusto per fare un esempio di che cosa può voler dire improvvisare un’avventura senza tanti fini, più che altro per divertirsi!

Quanti buoni propositi ho infranto, dimenticato o neanche provato a realizzare. La mia carriera scolastica per esempio fu alquanto tormentata e lo è tuttora visto che sono un insegnante insoddisfatto del modello ultraliberista aziendalista in cui è stata trasformata la scuola negli ultimi 20 anni! Era il 1983 quando in seconda media venni fermato (o meglio bocciato) a causa di un anno disastroso! Nella casa dove abitavo stavano ristrutturando il palazzo e passai l’estate a salire e scendere dall’impalcatura riflettendo sulla mia incapacità ad adattarmi ad un sistema scolastico che consideravo ostile e lontano anni luce dalla mia vita. Se il sistema (sociale) ora come allora vuole formarci, la scuola non riuscì nell’impresa di impormi un metodo di studio, di suscitarmi interesse e consapevolezza maggiore. Anzi fuggivo e rifuggivo da qualsiasi inquadramento e gratificazione scolastica. Ripartii nella nuova classe con poca voglia in più, appena sufficiente a proiettarmi in primo superiore assieme al mio nuovo amico Massimiliano. Scelsi, o meglio scegliemmo l’ITIS, l’istituto tecnico che avrebbe dovuto darmi un’istruzione prevalentemente tecnico-scientifica, esattamente opposta a quella che di lì a poco sarebbe stata la nuova strada che avrei deciso (convintamente) di percorrere: durante il secondo anno decisi infatti di iscrivermi alla scuola magistrale per diventare in seguito un maestro di scuola elementare (primaria). Fu quell’Andrea dei pesi già citati sopra a indirizzarmi, stimolando al contempo lo studio della filosofia, sua grande passione. Per passare dall’ITIS al secondo anno delle magistrali dovetti studiare latino e superare la prova scritta e orale a settembre. Durante l’estate andai addirittura a ripetizioni e riuscii nell’impresa. Da irriducibile somaro a studente modello, serio e impegnato. Basti pensare che nell’ultimo anno di scuola superiore reincontrai una professoressa di scienze che stava all’ITIS che rimase letteralmente scioccata nel vedere il cambiamento che avevo fatto in quegli anni: mi disse a chiare lettere che ero una specie di Dottor Jekyll e Mr Hyde, dovevo avere una doppia personalità oppure io non ero più io!!! Poveretta, io ero sempre io ma qualcosa era cambiato, non so dire se in meglio o in peggio, semplicemente cambiato!

Quando ero nell’istituto tecnico sopracitato mi capitava spesso e volentieri di entrare dalla porta principale per poi uscire dalla finestra (al piano terra) prima dell’arrivo dei professori. Una volta insieme a Massimiliano decidemmo di entrare un’ora dopo a causa dell’interrogazione del professore di geografia, un tale Ceccacci, che intuite le motivazioni di tale ritardo pensò bene di spedirci dal vicepreside per farci passare la voglia di fare seghino! Ma fra battutine- “Professore la prego non Cec – cacci!”– e i soliti buoni propositi- “Non lo faremo più!”– ce la cavammo a buon mercato. Eravamo un “macello”, passai alla classe seconda rimandato d’inglese e di fisica per poi rimediare discretamente a settembre. L’anno successivo non fu certo migliore, a parte il fatto che reincontrai i compagni che avevo lasciato dopo la bocciatura in seconda media, fermati a loro volta alle superiori, in particolare mi riferisco a quel Brunello citato sopra. 

Che tipo! Portava degli occhiali con montatura simil-osso e lenti spesse un dito a causa di una forte miopia. Gli occhi oltre quei fondi di bottiglia risultavano naturalmente rimpiccioliti e inespressivi (tipo squalo)!!! Alto e longilineo, fisico alla Pippo per intenderci, con flemma inglese sopportava tutti i nostri attacchi e le prese in giro, la sua reazione più violenta consisteva in un – “Ma va in galera!”– pronunciato con disprezzo e immancabilmente preceduto da un –”nc’ù”– schiocco di labbra idoneo ad esprimere disapprovazione. Nei vari cambi d’aula non era raro prendere lo zaino del Brunello ed entrare di corsa, inseguiti dallo stesso, lanciandoglielo in fondo alla stanza…e lui dietro a gridare – “Nooo, gli occhiali, la calcolatriceeee….Ma va in galera!!! Nc’ù, nc’ù, nc’ù…”. Ebbene il Brunello di allora, impacciato e insicuro (quello di oggi è tutt’altra persona), aveva sicuramente bisogno di educazione adeguata ed un pronto svezzamento, così lo invitai a fare i pesi nella “cantina” di Andrea, insieme a Massimiliano.

Tutti lo conoscevamo (Andrea) visto che abitavo proprio nel condominio dove faceva i pesi nella cantina sottostante il mio appartamento. Ricordo che un giorno d’estate, mentre stavo ascoltando il nuovo album di Claudio Baglioni, “La vita adesso” disteso sul letto a leggere i soliti fumetti, sentii suonare alla porta di casa: era proprio Andrea che mi chiedeva se potevo fargliene una copia e al contempo m’invitava in “cantina” – avete capito bene – in “cantina” a fare i pesi. Infatti era null’altro che una vecchia cantina adibita a palestra: panca artigianale per gli addominali e una per i dorsali, panca per i pesi e manubri per spalle e bicipiti. Dietro, nella parte di giardino annessa a tale locale, era stata piantata una grande e robusta sbarra in acciaio per fare trazioni e cose simili… Andrea, il maestro, ci preparò una tabella d’allenamento da fare invidia a Silvester Stallone: 5 serie di panca piana con il metodo piramidale per potenziare “la forza”, 4 serie di sbarra, addominali, dorsali, manubri…arrivavamo a quasi due ore d’intenso allenamento e poi sfiniti rientravamo in casa. Ma ubbidivamo senza fiatare, Andrea per noi adolescenti era un maestro e un modello da imitare.

Tipi strani e particolari erano abitué dei pesi: Grillo, Corrado, Magilla, a fasi alterne Testaguzza, io, Massimiliano e poi lo stesso Brunello: nomi e soprannomi si mischiano e diventano leggenda nella narrazione mitico-adolescienziale! E sempre da lì anche Brunello passò alle uscite domenicali: eravamo seri io e Andrea nei suoi riguardi all’inizio, ma presto ci sbragammo con trattamenti d’urto. Nel procedere nei sentieri alla minima difficoltà tastava il terreno incerto come una gallina che razzola nel cortile e noi lì giù a spintoni… Una volta in un difficilissimo fuori sentiero nel Conero, era notte ed eravamo in molti, uno del gruppo soprannominato Magilla, a causa delle sue enormi membra scimmiesche, lo afferrò in estremis per le gambe mentre cascava di testa in un mezzo precipizio, e lui invece di aiutarsi e cercare di tirarsi su da solo stava lì a gridare: “Gli occhiali, gli occhiali….”. Ma il Brunello di allora non è qui un diversivo sulla strada della mia vita, lui rimane insieme ad Andrea, ancora oggi ancorato alla cantina dei pesi e all’amicizia indissolubile che abbiamo costruito negli anni, è sicuramente uno di quei “tipi precisi” con i quali dovevo avere a che fare, con cui ho percorso molta strada insieme, anche se spesso su cammini separati, pur sempre paralleli. Così capita che se inciampa uno, l’altro gli dà una mano a rialzarsi, perché questa è la vera amicizia che fa sperare nel senso e allontana il vuoto che ci siamo creati e ci costruiscono intorno.

Seguii a lungo quel solco tracciato da Andrea e dagli altri miei amici, come detto sopra vissi poi come in una giungla, o in un deserto, – non so ben definirlo – che mi portò a respingere e soffrire, ad un confronto interiore tenuto a galla da abitudini che servivano solo a non sprofondare in un abisso di non-senso, il mio vero habitat naturale. Se ad un certo punto ho scelto di cambiare, o perlomeno modificare o meglio ancora ampliare il solco della mia vita, è stato per deviarne la direzione verso altre dimensioni perché non potevo continuare lì: è come una vena aurifera, una volta esaurita puoi continuare a scavare nell’illusione di trovare altro oro, ma prima o poi devi trovare la forza e la consapevolezza di abbandonarla e riprendere la ricerca da capo. Che poi non è mai un abbandonare, quanto piuttosto un cambiare prospettiva per vedere quello che avevi accanto senza accorgertene! Tutto nelle nostre vite è a portata di mano, bisogna imparare ad aprire gli occhi e a far uscire dall’ombra le giuste soluzioni. E’ sempre dura ricominciare, ma se ti porti dietro il bagaglio d’esperienze che hai accumulato nel cammino, per quanto pesante e ingombrante, dentro trovi sempre la risposta per andare avanti. Così ad un certo punto fu, anche se quella vena era stata assai ricca e ci vollero molti anni per esaurirla! Anni, che poi si traducono sempre in un istante presente di consapevolezza, come ora che li ricordo (o li ri-vivo, o addirittura li vivo!)… Somma di istanti che chiamiamo divenire, vita presente che chiamiamo essere, tutto si gioca in questo continuo voltarsi avanti e indietro, come se esistesse sempre un passato che ci fa poi guardare verso il futuro ignorando però il presente. Basta rigirare troppo le parole, di che stavamo parlando?

Continua…

Avanti e indietro: storia di un’involuzione interiore (terza parte)

IMG_20170829_151545

Monte Conero – Veduta della spiaggia delle Due sorelle dal sentiero del Passo del lupo

Innanzitutto mi scuso per la pessima qualità delle foto, vecchie di oltre 20 anni, sbiadite dal tempo e ri-fotografate con un telefono… il peggio in resa ma il passato è pur sempre passato quando ne resta traccia nel presente. Siamo infatti sicuri che i nostri cosiddetti ricordi siano meno sbiaditi e\o evanescenti delle foto da me pubblicate? Ma proseguiamo sulla via dell’in-voluzione interiore: in-… appunto perché riguarda l’interiorità; in-… perché circoscritta e poco mutevole, è come un voltarsi in varie direzioni e dimensioni rimanendo fermi; in-… perché non c’è mai un andare avanti che non sia al contempo un tornare indietro alla ricerca di sé stessi, rimbalzando eternamente e immutabilmente nella frazione di tempo che ci è stata donata!

In concreto dallo pseudo-passato…

Facciamo un passo indietro per parlare dei “pesi” e allegati: ero monade in un mondo parallelo, parliamo di quando avevo 15-16 anni, ero arrivato come su una faglia tettonica sottoposta a terremoti ricorrenti e qualcosa stava per cambiare; infatti scoprii di non essere l’unico di tal fatta, vi ricordo che il sistema sociale non ci ignora, ci riconosce ma non riesce ad incanalarci del tutto, ad offuscare nel marasma nullificante della pseudovita social-interattiva! Ebbene pur respingendo attirai anch’io dei poli con cui allargare gli orizzonti assai ristretti in cui mi ero rinchiuso. Il primo punto d’interesse fu l’attività fisica, che da attività praticata solitamente per passare il tempo oltre che per divertirsi e fare del bene al proprio corpo materiale, per me divenne un fine, una routine mentale oltre che fisica. Pompare endorfine quotidianamente, cercare di costruirmi un’immagine adeguata puntando sul fisico, non tanto per l’apparire, cosa che mi era aliena a quei tempi, quanto per sentirmi in qualche modo forte, al di sopra di uno standard che mi faceva sentire bene. In realtà correre e sforzare il proprio corpo senza riuscire poi mai a farne a meno era un male più che un bene, perché l’abitudine oltre che virtù aristotelica può trasformarsi in una pena, soprattutto quando ne sei schiavo, quando ti preclude un’evoluzione e ti limita. Il benessere fisico, trovare qualcosa che lo garantisse e insieme all’attività aggiungere anche vitamine e integratori vari nel tentativo di fermare il tempo e il male a venire. A che pro mi domando adesso? Ma andiamo avanti…
Alcune giornate tipo del tempo che fu: pioggia torrenziale, ma per non fermarci andavamo comunque a correre su e giù per le scale di casa, piccolo condominio di tre piani. Un rumoreggiare che si ripeteva per 20 e passa minuti lasciando allibiti i poveri condomini. Neve alta mezzo metro e corsa con stivaloni di gomma. Corsa alle due di pomeriggio in piena estate, quando non era possibile metterla in orari più idonei (no, non è la trama di un film di Fantozzi!). Oltre alla corsa e ai pesi, che si alternavano durante tutta la settimana, la domenica era invece dedicata a passeggiate più o meno avventurose sui monti vicini, parliamo del Conero o della Gola della Rossa o di Frasassi.

IMG_20170829_155730

Me sulle placche del Monte Conero

Quest’esperienze sono sicuramente le più belle del periodo, attraversare le placche rocciose sul mare sopra la spiaggia delle Due Sorelle: magari con al seguito un bel gruppo di persone inesperte da traghettare e far uscire indenni dall’esperienza, era sempre un bel passatempo che credo mi metteva a contatto con un’intimità che solo la natura può rivelarci. Pur essendo al di fuori, come il tutto che ci circonda, nella natura ritroviamo noi stessi proprio perché siamo anche noi natura, sussistiamo nella reciprocità ed è un dono di Dio che dovremmo considerare di più. Al di fuori delle nostre case, delle nostre isole mediatiche, delle nostre routine quotidiane, alienate ed alienanti, c’è un mondo che ci parla e che noi con le barriere mentali, materiali e immateriali cerchiamo quasi sempre di allontanare. Nelle nicchie cittadine un albero è solo un ornamento, non invece insegnamento, respiro, bellezza, sostegno, come è nella sua vera natura. Quindi debbo molto ai miei amici di quel tempo , a quelli della prigione fisica che però mi fecero incontrare la natura, pur con tutti i miei e loro limiti e anche non girando il mondo, basta un punto vero per conoscere il tutto nella sua essenza. Se la natura ti parla non sei più monade, perché lì c’è Dio! Questo l’avevo capito: si può morire nelle proprie routine alienanti e impersonali, ma si rinasce nel lasciarsi trasportare dalle sensazioni che solo la bellezza e la perfezione del creato può darti.
Quante passaggiate, innumerevoli! D’inverno partivamo alle tre del pomeriggio e si girava con le pile, a volte fuori sentiero, con la corda sulle spalle per scendere da paretine o canaloni scoscesi accompagnati dalla luna. O scendere saltellando su una parete con luce neon a tracolla, come alieni che discendono dallo spazio con le loro navicelle, attiravamo curiosi dalle vicine strade, anche se per fortuna sempre poco trafficate. Ripeto, avevo 15 – 16 anni quando iniziai a frequentare la combriccola dei pesi, capobanda Andrea che con i suoi 30 anni e 150 KG di peso come massimale alla panca, era maestro venerato da noi adolescenti. Allora conobbi anche il fascino dell’avventura chiedendogli consiglio per attraversare il Conero, partendo dalla piazzetta di Portonovo fino al paese di Sirolo. Mai avevo messo piede in quei sentieri, ma attraverso i racconti di Andrea che lo conosceva bene, una guida cartacea appena uscita in libreria e un compagno trascinato a forza nell’impresa un giorno partimmo con l’autobus e pur con molte difficoltà riuscimmo ad arrivare alla meta prevista! A dire il vero riuscimmo al secondo tentativo (a quel tempo non demordevo facilmente dalle idee che mi mettevo in testa) con un nuovo compagno, Massimiliano e la fortuna ci assistette visto che mentre arrivava ormai il crepuscolo, dopo 12 ore di camminata e vari avanti e indietro (così sarà tutta la mia vita) su sentieri e fuori sentieri sbagliati, dopo essere così riusciti ad attraversare tutto il versante mare del Conero iniziammo a scendere verso il “Passo del Lupo” ripido sentiero fra le pareti dell’anfiteatro e la spiaggia delle “Due sorelle”, non sapendo bene come continuare apparentemente prigionieri fra il mare e le ripide pareti del Passo del lupo, un sentiero che faticavamo ad individuare ben nascosto com’è dalle rocce! Fu un signore che stava risalendo dalla spiaggia che ci accompagnò verso la strada che portava alla vicina Sirolo, dove telefonammo da un telefono pubblico( non esistevano cellulari) al padre del mio amico Massimiliano per farci venire a prendere e riportarci a casa sfiniti! Dopo quella prima esperienza mi aggregai al gruppo di Andrea, che aveva eccellente spirito d’avventura nell’organizzare spedizioni domenicali sui monti nostrani. Ricordo gruppi di malcapitati in varie occasioni “critiche”: eravamo una volta in un pendio ripidissimo, in una zona vicino a Poggio San Romualdo credo. Fuori sentiero, buio, freddo, terreno bagnato e roccioso dentro il bosco, una lunga fila di persone che passavano a fatica fra i rami e la fitta vegetazione cercando di rimanere impiedi e…ogni tanto qualcuno spariva!!! C’era davanti a me Fagià (soprannome di Fabiano), che quando era teso e preoccupato diventava balbuziente, ricordo che disse ad Andrea più o meno queste parole:” O o o ohh An-An-Andrrreea, ma n..dovè a a-aanda-to Bru-Bru-Brun-nello, che era davanti a a m-me..” un secondo dopo lo svidi scivolare inghiottito dal buio lungo il ripidissimo pendio, solo un urlo e svariate scintille lo accompagnavano, mentre rimbalzava, nella discesa. Tenendomi la pancia per le risate non tardai a prendere la discesa anch’io: tutt’altro che spaventato, totalmente incosciente, continuavo a ridere mentre cadevo come una scheggia nel fitto del bosco… eravamo come sassi lanciati sulla superficie di un lago, saltellavamo sul terreno, rimbalzavamo fortunatamente senza tante ammaccature, con le gambe tese in avanti – ero voltato su un fianco – per poi fermarmi nei cespugli più folti sperando che fossero senza spini. Si ritornava a casa senza forze ma soddisfatti della nostra non-impresa, non c’erano altri fini che l’evadere da un sistema a cui tutti siamo sottoposti e noi stessi ci sottoponiamo, un sistema dove apparentemente tutto viene fatto per uno scopo, dove passeggiare di notte in pieno inverno, con le pile in un bosco scosceso, viene sicuramente considerata una pazzia, non se ne capisce bene il motivo, quando invece è semplicissimo: ci accorgiamo di vivere quando usciamo dalla gabbia delle regole che nell’in-voluzione della società umana abbiamo creato in modo sempre più rigido e soffocante. Se fossi un leone in gabbia o un delfino in una piscina probabilmente mi sentirei più libero di come ora, la vita che faccio ogni giorno con il suo contesto falsamente sensato e protettivo, m’impone soffocando ogni istinto di libertà.

Continua…

Avanti e indietro: storia di un’involuzione interiore (seconda parte)

Structural-Iceberg.svg

La mente umana secondo Freud assomiglia ad un iceberg – immagine tratta da Wikipedia

In questa seconda parte ci sono accenni autobiografici concreti (ma non troppo) che iniziano a dare forma alla mia in-voluzione interiore. In realtà il racconto farà continui salti “avanti e indietro” nel tempo, questo perché io non sono poi così convinto che nella coscienza attuale ci sia davvero un prima e un poi, quanto piuttosto un essere ora nell’istante presente tutto ciò che sono (stato?). Ma lasciamo le questioni filosofiche da parte e facciamo parlare il racconto…

 

Entriamo nel vivo…

Comunque quando nasciamo un manipolo di persone “precise” ci stanno accanto, sono quelle con cui dovremmo tentare la scalata verso una meta mai del tutto compresa, da soli non si va da nessuna parte, questa è intanto una somma verità. E’ difficile parlare di verità nel mondo dei veli, delle cosiddette ri-velazioni, velare e rivelare, cioè coprire e vedere in controluce: questa con tutti i suoi limiti è la nostra verità.

Partiamo dall’infanzia, la mia naturalmente: mi ritrovo bambino, pieno di timori, di dubbi, di sensazioni contrastanti. Mai stato in un bozzolo di protezione, il timore di vivere, non so perché, mi stringeva l’animo in ogni istante, così mi ero creato una realtà molto diversa da quella esteriore, lì i miei eroi ed amici erano i fumetti, con i personaggi con cui riuscivo ad instaurare un dialogo in un mondo parallelo che per me era vivo. Certamente avevo amici fra i miei coetanei, ma il mondo detto sopra era il frutto di una fantasia creativa in grado di convivere e interagire con la mia realtà di bambino dandogli un ulteriore senso e consolidando i punti deboli che mi rendevano insicuro e timoroso. I bambini nascono nella fede e piano piano la vita, con il suo controllo, gliela toglie insinuando il dubbio: Babbo Natale non esiste, il magico ad un certo punto scompare, l’impossibile rimane tale.

Nelle era passate si potevano “vedere” i fantasmi, i libri sono pieni di storie di fantasmi, la coscienza collettiva era plasmata dal mondo parallelo dei non-vivi che riuscivano a interagire con noi. Mia nonna – vivevamo insieme –  i morti li sentiva passeggiare avanti e indietro nel corridoio di casa e al mattino me lo diceva con la massima naturalezza possibile: “ Roberto, stanotte tuo nonno ha passeggiato sempre!”  Significava un’inquietudine, un avvertimento, qualcosa che si stava mettendo di traverso. Pregare, la preghiera come un mantra dell’anima, per mia nonna era lo scudo, la soluzione al male che poteva venire. La “santa Caterina”, preghiera incomunicabile in quanto scritta su un foglietto che solo lei poteva interpretare, accozzaglia di frasi piene di errori eppure quando la sussurrava, come in uno stato onirico, sapeva leggere il presente e l’immediato futuro: “ Roberto, andrà tutto bene…oppure si era impuntata e diceva… faticavo, non scorreva…”. Era un modo per sapere le sensazioni, gli accadimenti della vita quotidiana, l’andamento a scuola piuttosto che un incidente, un imprevisto… La preghiera che chiede aiuto e quella che ti avverte, t’indirizza e ti spinge oltre l’ostacolo.

Avercelo noi uno scudo così: soccombiamo invece nella mancanza di fede e nella nullificazione quotidiana della pseudorealtà. Oggi il mondo parallelo, i fantasmi immateriali, sono scomparsi dalla nostra percezione sostituiti dalle immagini televisive e da quelle digitali con cui pensiamo di metterci in comunicazione con gli altri ogni giorno. Quindi quale fede rimane possibile per un bambino? Nel momento in cui la coscienza collettiva è plasmata dal nulla della non vita, nel momento in cui la mente domina il materiale e l’immateriale, in cui basta aver dimenticato un mezzo, come un cellulare o un pc, per sentirsi mutilati nell’animo, cosa rimane di fantastico e compensativo in cui credere per i bambini? Io CREDEVO e nel mio intimo da bambino ho sempre CREDUTO nell’oltre, nel mondo in cui non esistono vuoti di senso, ma solo sensazioni di equilibrio e protezione, figure amiche ti circondano e ti accompagnano in ogni istante e ti permettono di vivere senza timori, senza cadere nell’insensato. Certo questo mondo l’ho prolungato a tal punto da perdermi pezzi di vita reale, o meglio di pseudovita reale, fu così che mi risvegliai (o riaddormentai) adulto e inadeguato, panta rei, il divenire eracliteo in cui tutto scorre e nessuno può bagnarsi due volte con la stessa acqua nel fiume della vita. Il mio corpo era cresciuto, ma il mio animo in fondo cosa aveva perso? Parmenide a differenza di Eraclito non credeva nel divenire, affermava invece che “l’Essere è e non può non essere”, nulla cambia o si trasforma,  il nostro io interiore, il nostro nucleo originario, è antico pur essendo nuovo! Ma confrontarsi con gli altri, quelli che il divenire (o l’apparenza del divenire) aveva portato avanti nel tempo insieme a me, era duro, loro sembravano avere vissuto “esperienze” che il sistema reputa normali, dunque io e il mio mondo eravamo anormali?!? Nella scacchiera della vita io ero rimasto fermo, le mosse e contromosse sembrava che non le avessi fatte e credo che a un certo punto avessi deciso di recuperare. Due fasi estreme, che come punti lontanissimi arrivarono poi a toccarsi per fondersi. Non ricordo bene quando, forse intorno ai 20 anni, mi gettai nell’estrema domanda di senso, nella ricerca di Dio scavando ancora più a fondo nel mio sé, cercando di annientare ogni senso e ogni speranza come nella tempesta più devastante, in un acuirsi di sofferenza e sensazioni. Ricordo che nel buio, nella negazione totale di Dio e di ogni bene vidi una luce… e NON ERA MIA!!! Fu l’inizio di una nuova speranza, nella quiete dopo la tempesta un barlume luccicava che non ero riuscito in nessun modo a spegnere, era lì, coscienza nel buio, a darmi una risposta, o meglio una non-risposta: era una presenza oltre il mio sé, il luogo dell’incontro con Dio, che pur guardandoci negli occhi con eterna benevolenza, noi nella vita non riusciamo mai a vedere.

Fu l’inizio di una nuova vita, abbandonai il mondo bambino e iniziai ad affacciarmi in quello dei giovani adulti. Certo, avete presente quegli eremiti che vengono ritrovati nella foresta dopo anni di assenza dalla civiltà? Così ero io allora, ma se fino ad un momento prima respingevo, ora, se pur debolmente iniziavo ad essere un polo d’attrazione.  Sia chiaro, la vita va “vissuta”, ci sono dei motivi per cui siamo qui, le pulsioni, gli istinti, vanno assecondati perché sono innati: ci spingono a fare il necessario per vivere e sopravvivere in questo mondo, sono oltre il controllo anche se il sistema riesce a cristallizzarli trasformandoli in forme precostituite da somministrare in dosi massicce e ripetitive. Uno pensa di essere diverso magari solo perché trasgredisce le regole del sistema sociale, quando invece è lo stesso sistema a volerlo e non importa come vivi, quello che fai, l’importante è rimanere nel limbo dell’inconsapevolezza, non c’è qui una sostanziale differenza tra uno stimato ingegnere, un prete o un rocker sballato!!! Ora ritornando a me, tralasciando le farneticazioni, io ho scelto una non vita piuttosto normale dopo il risveglio, non mi interessava più tanto la spiritualità estrema, quanto piuttosto la materia e il riuscire ad entrare in relazione con le monadi che fino a quel momento avevo ignorato pensando di poter farne a meno. Altro che reincarnazione, credo piuttosto che l’esperienza la facciamo nel risveglio, su un piano d’eternità (ricordate Parmenide) che ci culla e ci permette al contempo di vedere il tutto da diverse prospettive! Infatti c’erano si quelle persone precise a cui ho fatto riferimento sopra, ma prima erano ininfluenti. Monadi senza finestre, la più chiusa e inespressiva era la mia e una volta aperto uno spiraglio il risucchio fu molto forte. Non riuscivo più a fermarmi, la necessità di un contatto e il rigetto di qualsiasi forma di chiusura divennero irrefrenabili. Crearmi una non vita nel sistema precostituito era dunque il mio obiettivo e gli equilibri gravitazionali necessari a compensare queste esigenze si misero in moto. Il difficile era scegliere dove andare e a che cosa rinunciare. Il mondo femminile fu senza dubbio uno dei poli vincenti, come già precisato finché respingevo tale mondo mi era ignoto, ma dopo l’apertura, nel mio piccolo iniziai anch’io ad attrarre esperienze e nel mio consueto stile capai quelle peggiori, in grado cioè di amplificare a dismisura l’illusione, che nei rapporti amorosi è sempre in agguato. Il desiderio e l’illusione, diceva Budda, sono fonti di dolore e sofferenza, per lui la vita è sofferenza e io non mi sono tirato indietro di fronte a tali esperienze. Però per uno che era vissuto in un modo parallelo andarsi a cacciare nel mondo di specchi di una donna plurimmagine, a tal punto che a volte oltre l’immagine c’era il nulla. Ebbene ne conobbi una che in televisione mai era apparsa pur recitando per le varie comparse della sua vita amore intenso e tragici abbandoni, per poi ricatapultarsi in nuove illusioni e avvinghiare in intrecci inestricabili gli infelici personaggi che capitavano a tiro delle sue angoscianti persecuzioni. La più perseguitata, glielo riconosco, era lei stessa, il suo farsi del male era però un distribuire ustioni di primo grado alle persone che gli si avvicinavano. Non esiste miglior antidoto per il risveglio: se sbatti contro il muro e riesci a rialzarti poi dovresti perlomeno cambiare direzione. Eccome se mi servì per orientarmi, ho capito che come in tutte le esperienze la corda non la puoi tirare troppo a lungo, anch’io pur sognatore e platonico  mi spezzai e dopo un paio d’anni intensi passati a sbattere la testa contro il muro (tanto ci volle a cambiare verso) troncai di netto l’ennesima esperienza al di fuori del mondo pseudoreale delle regole e intrapresi un cammino insieme ad una vera anima gemella,  con lei non sono mai deragliato, il sistema ha quindi apparentemente risucchiato entrambi in un contesto di vita standardizzato, quello della “famiglia”! E come mi disse un giorno (anzi come ci dissimo) era (eravamo) stata (stati) in balia delle onde del mare, un momento spinta verso il largo, senza più punti di riferimento, nel suo deserto di perlaceo grigiore, un momento riportata verso riva (o alla deriva)… così ci incontrammo perlomeno per iniziare a navigare insieme tenendoci per mano.

Continua …